di LETIZIA GUAGLIARDI - Ci sono parole che nascono come un sussurro di paura e finiscono per diventare il ruggito di una piazza intera. Versi scritti nell’intimità di una stanza, quindici anni fa, che oggi risuonano sui muri delle nostre città, nei post dei social-network e nei corridoi delle scuole. È il destino di "Se domani non torno" (Si mañana no regreso), la poesia dell’attivista peruviana Cristina Torres Cáceres che ha dato voce a un dolore collettivo.
Cristina Torres Cáceres scrive questi versi nel 2011 mossa da un senso di urgenza insostenibile. In America Latina la parola femminicidio non è un termine astratto da telegiornale, è uno spettro quotidiano. Le donne avvertono il bisogno di un linguaggio nuovo per dire l'indicibile.
La Torres sceglie di parlare al futuro ma con la drammatica consapevolezza del presente. Immagina di rivolgersi a sua madre, la persona che più di ogni altra subirebbe lo schianto della sua assenza. Non è solo una poesia, è un testamento preventivo.
Il testo si apre con una richiesta straziante: "Mamma, se domani non torno, distruggi tutto. Se domani tocca a me, voglio essere l'ultima". C'è una prima parte legata alla terra, ai sogni spezzati, ai quaderni di scuola che restano aperti, alle camicie non stirate. È la quotidianità che si interrompe bruscamente, lasciando lo spazio a un vuoto congelato.
Ma è nella seconda parte che la poesia compie il suo miracolo politico e letterario. L'autrice rifiuta la postura della vittima passiva. Non vuole monumenti, non vuole ritratti incorniciati, non vuole che la madre si consumi in un salotto a piangere la sua assenza.
Per anni, questa poesia è rimasta un tesoro sotterraneo poi, nel novembre del 2023, l'Italia si è svegliata orfana di Giulia Cecchettin. Quando la sorella Elena ha condiviso quei versi sui propri profili social, la poesia della Torres è esplosa nella coscienza pubblica italiana come un detonatore.
In quel momento, qualcosa si è rotto per sempre. I tradizionali minuti di silenzio, spesso vissuti come una passiva formalità istituzionale, sono stati rifiutati. Nelle università e nelle piazze le chiavi hanno iniziato a tintinnare, le mani a battere, le voci a gridare. Si è scelto il rumore per dare vita esattamente a ciò che la Torres chiedeva: non un pianto isolato ma una tempesta collettiva.
Oggi, "Se domani non torno" non appartiene più solo alla sua autrice. È diventata un legame intergenerazionale, una preghiera laica. Ha ispirato canzoni, flash mob e persino il titolo del film diretto da Paola Randi che porta sul grande schermo la memoria di Giulia Cecchettin (uscirà a novembre nelle sale).
Scrivere di questa poesia oggi non significa solo fare critica letteraria. Significa documentare il momento esatto in cui le donne hanno deciso che la paura doveva cambiare di campo. Significa ricordare che se domani qualcuna non tornerà, non sarà lasciata sola. Ci saranno migliaia di voci pronte a fare rumore per lei.
Quello che io vedo in questa poesia non è un inno alla resa ma una semina di speranza che ci scuote e ci ricorda che persino l’assenza può trasformarsi in una presenza oceanica e invincibile. La meraviglia di queste parole è aver dimostrato a ogni donna, in ogni angolo del mondo, che non è sola, che la solidarietà femminile è diventata una rete globale, una fortezza condivisa. La speranza, oggi, ha il volto delle ragazze che camminano a testa alta nelle strade, delle madri che educano alla libertà, di una società che finalmente comincia ad ascoltare. Se domani non torno, mi auguro, non è la fine ma l'inizio di una marea. E in quella marea c'è la promessa più bella: quella di un domani - vicinissimo - in cui nessuna dovrà più avere paura di uscire, sarà finalmente libera di fiorire, di sognare e di tornare a casa.
di Rubrica autogestita da Letizia Guagliardi | 04/11/2026
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