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Rossano (Cosenza) - I presbiteri della diocesi hanno vissuto in Sila una giornata di fraternità sacerdotale


nel cuore della Sila, presso l’Hotel La Fattoria in località Moccone, l’Arcivescovo e i sacerdoti della Diocesi, si sono ritrovati insieme per vivere una giornata di fraternità sacerdotale.

Dopo la preghiera dell’Ora terza, Mons. Aloise ha salutato i presenti e ha detto che l’invito a vivere questa giornata insieme al suo presbiterio è nata dal desiderio di iniziare l’anno pastorale con la conoscenza del documento finale del Cammino Sinodale, dove la Conferenza Episcopale Italiana ha tracciato le linee guida per i prossimi cinque anni. La sinodalità, ha sottolineato il Vescovo Maurizio, non è un fatto episodico, ma uno stile da assumere. Lo scorso 12 agosto l’Arcivescovo ha chiesto alla Chiesa diocesana di dedicare questo anno alla preparazione della Visita Pastorale. Nel documento consegnato in quella solenne concelebrazione, egli ha indicato quattro priorità, che sono di aiuto a prepararsi bene alla Visita Pastorale.

Mons. Aloise, poi, ha salutato e ringraziato per la sua presenza don Ezio Falavegna, un presbitero della Diocesi di Verona che, oltre a essere parroco della Cattedrale, Vicario foraneo e a svolgere altri servizi anche a livello nazionale, ha vissuto in prima persona il Cammino Sinodale.
Mons. Falavegna, dopo aver salutato tutti, ha iniziato la sua riflessione, invitando a evitare due rischi: considerare il cammino sinodale come un capitolo chiuso; pensare che le linee consegnate siano la conclusione di un lavoro, da considerare come superato.

Perciò, è importante chiedersi: da dove ripartire e quale Chiesa stiamo diventando?

È necessario assumere tre atteggiamenti: a) Essere coscienti che il verbo più necessario in questa fase della vita della Chiesa non è “concludere”, ma “ripartire”, per comprendere quale forma di Chiesa il Signore sta facendo nascere in mezzo a noi. Il documento della CEI, dal titolo “Radicati e costruiti in Cristo”, prende spunto dalla lettera ai Colossesi. San Paolo considera le radici, che nessuno vede, e la costruzione che è visibile. Perciò, per costruire, bisogna andare in profondità.

b) Non siamo alla fine di un percorso. Il cammino sinodale è una provocazione. Tra le tante prospettive, c’è anche un nuovo modo di intendere il nostro essere preti. Non necessariamente tutto deve passare da noi o deve essere deciso da noi. La Chiesa non è soltanto ciò che noi riusciamo a costruire, ma ciò che Dio vuole generare. La Chiesa è un’opera che ci precede. È bello prendere coscienza che siamo meno indispensabili e abbiamo la opportunità di diventare più generativi. In definitiva: sta nascendo una nuova Chiesa, che non dipende da noi, ma ci è data.

c) Il problema non è la organizzazione, ma la fede. E questa non può essere più presupposta. Mons. Falavegna ci ha raccontato una sua esperienza, vissuta a contatto con 200 giovani, di cui 100 appartenenti alla Chiesa e 100 no. Alla fine di un tempo di dialogo, sono state consegnate dai giovani due immagini con le quali rappresentavano la loro idea di Chiesa: una nave, con su scritto “Titanic” (quindi una Chiesa che sta affondando); e una nonna. Una Chiesa, dunque, non madre che genera, ma nonna che fa le coccole.

Viviamo in un contesto in cui le parole fondamentali della fede, non è dato per scontato che siano comprese: Dio, salvezza. Queste parole molte persone non le rifiutano, ma non toccano il loro orizzonte di vita. Tutto ciò deve provocarci a partire da una domanda: dove e come costruiamo la fede? Bisogna accompagnare le persone a incontrare il Signore. Non abolire, ma essere generativi di cammini di una fede capace di attraversare la vita. Tornare a essere uomini stupiti della fede. Il problema pastorale più serio non è il numero delle iniziative, ma se nelle nostre comunità c’è ancora il Vangelo.

E allora: “Radicati”. La radice non si vede, ma c’è. Tutto il resto secca, la radice no. Presi da tante cose, spesso burocratiche, rischiamo di lavorare per il Signore, ma avere sempre poco tempo per nutrire il nostro rapporto personale con lui, che è essenziale. Bisogna parlare della fede. Tornare alle radici: pregare insieme. Il presbiterio non è solo un insieme di persone che lavorano nello stesso territorio. Bisogna passare da un presbiterio che fa cose, a un presbiterio fondato sulla fraternità.

“Costruiti”. Dalle radici, alla costruzione. Siamo nell’epoca della connessione permanente, ma siamo in una profonda solitudine. “Non ho bisogno della Chiesa” non è una frase che dicono quelli che sono lontani dalla Chiesa, ma a volte è anche pronunciata dai sacerdoti. Eppure la nostra vita è essenzialmente comunitaria. Per noi la fraternità è necessaria. Le nostre chiese sono luoghi accoglienti? Ci sentiamo cercati e cerchiamo i confratelli? Quanto siamo attenti e cercati? Il Vangelo è una questione di stile. Esso (il Vangelo) passerà in comunità che vivono la fraternità.

Importante è anche la corresponsabilità differenziata che non vuol dire distribuire qualche compito. La Chiesa non è il luogo dove tutti fanno tutto, ma dove ognuno mette al servizio degli altri i propri doni. Noi presbiteri abbiamo il compito di riconoscere negli altri ciò che il Battesimo ha dato loro. Non trattenere, ma generare. Questo è un nuovo volto di Chiesa.
Altra priorità: le strutture. Tutto deve rimanere com’è? Quale volto di Chiesa vogliamo disegnare? Per fare questo, è necessario non organizzare, ma liberare persone, tempo, energie, tenendo anche conto dell’importanza delle donne nella Chiesa. Un criterio può essere preso in considerazione: anche se siamo pochi, viviamo questo tempo per recuperare l’essenziale del nostro essere preti. Viviamo in un tempo in cui si comunica molto velocemente, ma il Vangelo passa attraverso le relazioni interpersonali. Recuperare la qualità delle relazioni. Non aggiungere nuovi programmi. Non abbiamo bisogno di fare di più, ma dobbiamo fare diversamente, partendo dal recupero della bellezza della fraternità.

Riconsegnare la bellezza della nostra vita da presbiteri. A noi è chiesto di diventare rami accoglienti, così come ci dice la parabola del granellino di senape, che non diventa grande per sé, ma perché i suoi rami devono servire agli uccelli per fare il loro nido. Far trovare agli altri un luogo dove si vive l’accoglienza. Il Vangelo ha un volto di bellezza che dobbiamo consegnare.
 

Nel pomeriggio, i  sacerdoti si sono ritrovati in assemblea per comunicare ciò che è emerso nei gruppi. Sono venute fuori parole importanti: relazione, conversione, lavorare insieme.

Dal confronto con il relatore, è emerso cosa aiuta realmente a generare la fede e cosa lo arresta o lo impedisce: ascoltare, discernere e intraprendere, per considerare il Cammino Sinodale non come un fatto episodico, ma come uno stile di vita. Ripartire da Cristo per diventare una Chiesa capace di costruire futuro. Il frutto da intravedere è lo stile sinodale da assumere nella quotidianità.

L’Arcivescovo ha invitato tutti a conoscere e approfondire il documento finale del Cammino Sinodale. La conversione riguarda anzitutto noi sacerdoti. Il testo non dice ciò che dobbiamo fare, ma ciò che dobbiamo essere.

Mons. Falavegna ha concluso questo momento con due “belle” notizie: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi”. È Dio che scommette su di noi. Non dobbiamo essere arrabbiati con noi stessi se le cose non vanno come vorremmo noi. La coscienza di essere stati eletti ci fa comprendere che nuovo già c’è. Dobbiamo solo riconoscerlo. Avere uno sguardo capace di vedere l’inedito di Dio nella storia. L’altra notizia: il mondo è già salvato. Il Salvatore è Gesù. La salvezza supera i nostri orizzonti. L’opposto della paura non è il coraggio, ma è la fede. Il Vangelo di oggi ci dice di non ridurre mai una persona al suo passato. Essere aperti ad accogliere persone rialzate. Avere, quindi, uno sguardo nuovo.

La giornata si è conclusa con la celebrazione eucaristica. Il Vescovo Maurizio, nella sua omelia, ci ha invitato a chiederci: da dove ripartiamo? Abbiamo camminato tanto. Ma… da dove ripartiamo? La Parola di Dio di oggi ci offre una risposta molto chiara: ripartiamo da ciò che abbiamo ricevuto: il Vangelo. Quindi, da Cristo. Paolo comunica ciò che ha ricevuto. Prima di custodire, siamo custoditi. Il Vangelo non è nostro. La Chiesa, le comunità, il ministero non sono nostri. Paolo può dire: “Per grazia di Dio sono quello che sono”. Lo dobbiamo dire anche noi, custodendo la grazia con la preghiera, l’Eucaristia, la Parola. Chiediamoci ancora: la grazia di Dio, in me, sta portando frutto? Non puntare solo su quante attività svolgiamo, ma sulla comunicazione di Gesù alle persone che incontriamo. “La giornata di oggi, ha insistito Mons. Aloise, è per me”… Il rischio è produrre un altro calendario, una serie di cose da fare. Allora: comunico la grazia attraverso ciò che faccio? Fare meno, ma fare meglio l’essenziale.

Nel vangelo Gesù vede una persona, non una peccatrice. Gesù vede ciò che la donna può diventare. La donna non porta un programma pastorale, ma la sua vita. “Vedi questa donna”? Il rischio è guardare senza vedere. Allora: “Signore, insegnaci a vedere”. Vedere i piccoli segni di bene che ancora non abbiamo riconosciuto. Io e la realtà dove il Signore mi chiama a servirlo. “Radicati e costruiti in Cristo”. Le radici non si vedono, ma senza le radici non si può costruire. Tenere insieme le due dimensioni: le radici e le strutture. Non c’è niente da cambiare, ma bisogna convertirsi. Essere attenti a ciò che sta facendo nascere Cristo in mezzo a noi. Tornare a casa e aprire gli occhi intorno a noi e vedere il bello che il Signore sta già operando. La domanda che ci accompagna: dove, nella mia parrocchia, già accade qualche cosa di nuovo che ancora io non ho saputo riconoscere? Ogni rinnovamento pastorale inizia da una conversione personale. Il Vangelo di oggi ci indica da dove partire: dalla misericordia. La donna entra nella casa come peccatrice ed esce con le parole di Gesù: “La tua fede ti ha salvata”.

 


di Redazione | 26/09/2026

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