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Cosenza (Cosenza) - Primo maggio, Di Iacovo: “Dare valore al lavoro per umanizzare la società”


<<Un altro primo Maggio! Una storia ultracentenaria che si ripete e si festeggia in nome del Lavoro. Lavoro che, ormai, non significa solo occupazione ma molto di più. Lavoro è relazione, identità, relazioni industriali democratiche e non solo conflittuali, quindi lavoro è anche Primo Maggio, o, meglio, tanti “Primo Maggio”; quelli che si sono succeduti nel secolo del Novecento e quelli scanditi nei 10 anni successivi che ormai stanno dentro il Terzo millennio e che impongono profonde revisioni allo stesso mondo sindacale sul versante del significato, nonché sul “valore del lavoro”. Un’onda lunga che unisce diverse generazioni e identità sociali e politiche. E’ un’onda che, forse, oggi postula l’anticipo di un futuro senza lavoro? O l’azzardata mossa di economisti e futurologi che possiamo definire, anche, come “presuntuosi”, “cinici” e “disumani”? Perché lavoro non significa, come alcuni pensano, solo "lavorare". Il lavoro, se per la persona significa identità e dignità, questo deve essere regolare. Deve realizzarsi dentro l’alveo della legalità e della correttezza dei rapporti di lavoro costituiti. Mai potrà o dovrà essere pensato e realizzato attraverso forme di sfruttamento, elusione delle norme, calpestio della dignità della persona che lavora. Lavoro è quella straordinaria interazione tra persona e natura che la trasforma e che, mentre si compie, costruisce la società. Riguarda l’uomo e la donna che creano e modificano, attraverso il lavoro, le condizioni della loro vita e che, per questo, entrano in relazione con altri uomini e donne che progettano una vita comune. Conflitti, poteri, cittadinanza sono passati e passano dal lavoro, al punto che le Costituzioni antifasciste l’hanno elevato a cardine del patto sociale, a diritto primario, condizione della pace. In Italia, poi, il lavoro è il fondamento Costituzionale. E, come era già avvenuto con la Rivoluzione Industriale e con l’organizzazione taylorista della produzione, con grandi trasformazioni che chiamano in causa addirittura le coordinate spaziali e temporali entro cui si compie il lavoro di ognuno, anche oggi la sfida, come avvenuto negli anni Venti per le organizzazioni operaie, diventa quella di mettere in campo dei soggetti collettivi (sociali e politici) capaci di concorrere ad orientare il cambiamento ed a fornire nuova linfa al processo democratico e di crescita economica e civile delle comunità, soprattutto di quelle meridionali. Succede proprio ora, nelle pieghe di una precarizzazione e di un attacco ai diritti su scala mondiale, che riportano indietro le lancette del conflitto e che richiedono allo stesso sindacato maggiore coraggio intellettuale, iniziativa politica e un terreno di risposta adeguato. Qual è, infatti, il percorso reale perché oggi l’uomo diventi "umano" attraverso il lavoro? Un lavoro fatto di fatica e di creatività, due aspetti tra loro confliggenti, tenuti separati nella società delle classi, e ricomposti solo nell’aspirazione e nelle battaglie dei lavoratori organizzati. Lavoratori destinati per questa via a diventare persone attraversati dal sogno del “buon lavoro", gli uni degli altri, come, etimologicamente, prevede una convivenza tra eguali. Se, parlando di lavoro, oggi, guardiamo al suo futuro  e lo raffiguriamo per immagini (parlando altresì di “mercati dei lavori”), possiamo ricorrere a due metafore.   La prima: il mercato del lavoro, nel futuro,  assomiglierà sempre di più a una sala cinematografica, all’interno della quale vi sono un certo numero di posti e di poltrone occupate (pochissimi), altre sono libere, con molta gente sul fondo che si ammassa per entrare ma che resta fuori perché i pochissimi posti disponibili sono ormai occupati. La seconda: il mercato del lavoro è come una piramide; nella parte bassa, più allargata, c’è un consistente numero di persone, che svolge un lavoro prevalentemente esecutivo e manuale, comunque marginale; nella parte intermedia, che si restringe, vi è una popolazione che sta a metà tra lavoro esecutivo e lavoro discrezionale autonomo; nel vertice della piramide ci stanno i cosiddetti “progettisti” dei sistemi, coloro che svolgono un lavoro, si può dire anche, piacevole, interessante e ben remunerato. L’ascensore che può portare dalla parte bassa al vertice delle piramide si chiama formazione. Le due immagini appena descritte credo aiutino a capire in modo solo apparentemente contraddittorio  l’andamento del mercato del lavoro italiano e le sue proiezioni ed evidenziano ancor più le difficoltà e le prospettive di quello calabrese, in apnea da molti decenni, seppure i dati ISTAT 2010 presentano una Calabria in controtendenza positiva, dove si evidenzia la crescita del tasso di occupazione e quello di attività, nel mentre tende a diminuire quello relativo al lavoro nero, sommerso, irregolare, frutto di politiche di contrasto al sommerso e dei Bandi per l’occupazione, promossi dalla Regione Calabria. Formazione permanente, auto-imprenditorialità, creatività, uso delle tecnologie delle comunicazioni e telecomunicazioni, saranno la chiave di volta dello sviluppo per il prossimo futuro. E’, infatti, all’interno di ciò che bisognerà indirizzare le dinamiche e le Politiche del lavoro della nostra regione, per così come sta facendo il nuovo esecutivo regionale con una serie di Bandi, Progetti e misure del POR Calabria, indirizzate alla creazione di nuova occupazione. Questo richiederà, ovviamente, ancora maggiore impegno, grande competenza ed una assunzione di responsabilità fuori dal normale per ricreare effettive occasioni di avvicinamento tra domanda ed offerta di lavoro. A tal fine è opportuno prevedere uno stretto collegamento tra il mondo dell’educazione e della formazione ed il sistema delle imprese e del lavoro, sia per individuare i fabbisogni del mercato del lavoro, sia per facilitare i processi di transizione scuola-lavoro. E a proposito del rapporto Formazione/Lavoro. La scarsità di opportunità e l’esposizione del lavoro umano all’economia della conoscenza e delle tecnologie dell’informazione tende a segmentare il lavoro stesso fra lavori “ricchi” e di “nicchia”  e lavori “poveri” sempre più dequalificati. Su queste divisioni si è giocato per molto tempo, offrendo il mondo (con l’economia globalizzata) ai forti e la difesa localistica ai deboli. Questa idea del lavoro rimette in discussione non l’esigenza dell’organizzazione collettiva, ma le modalità e le forme che essa ha storicamente conosciuto, ivi comprese le forme di tutela, dell’organizzazione del lavoro, degli orari, le stesse relazioni sindacali nel rapporto con le imprese e la pubblica amministrazione. Un sindacato che deve essere effettivamente autonomo ed in grado di giudicare i governi (nazionale e regionali) in base a ciò che effettivamente fanno, senza essere prevenuti e pronti al conflitto sociali a priori.   Significa: agire liberamente e non essere chiusi mentalmente dentro steccati ideologici; essere aperti e capaci di valutare ciò ci sta attorno senza preconcetti, governando per davvero i processi di modernizzazione della società; essere liberi di pensare e di realizzare ciò che si pensa; guardarci attorno senza restare inermi dinanzi a ciò che ci circonda; reagire a ciò che ci circonda non con la conflittualità esasperata ma con la disponibilità, proposte e progetti; essere capaci di apprezzare e consentire la realizzare delle idee e delle proposte proprie e di quelle altrui; essere coscienti che la libertà altrui, anche di chi governa una istituzione democratica, è importante e che il rispettarla è la nostra libertà. A volte bisogna anche convincersi che Il collettivo, anche in Calabria va ripensato, sapendo che anche quando usiamo la parola  "NOI", questo noi è fatto di tanti "IO": siamo cioè di fronte alla società degli individui: "un NOI fatto da tanti "IO" che non accetta più supinamente di essere guidati (nemmeno verso lotte senza senso), ma vuole spiegazioni; esige in fondo che gli si renda conto e si operi per il bene comune. Da qui l’esigenza di essere riconosciuti da strati sempre più ampi come espressioni sociali e politiche responsabili, consapevoli dei cambiamenti e delle modernità che richiedono i cittadini del XXI° secolo alla Politica alle Istituzioni, ma anche alle forse sociali e sindacali. Di fronte ad una nuova generazione, resa invisibile dalla mancata esperienza e dalla negazione sia della fatica che della creatività quando manca il lavoro, come raccoglieremo la sfida di una umanizzazione della società, se non tornando caparbiamente e lucidamente a rivendicare diritto e ragioni del lavoro? Soprattutto nel dare più  “Valore al lavoro”? Sicuramente al lavoro regolare, legale, di qualità!” Benedetto Di Iacovo - Presidente Commissione per l'emersione del lavoro non regolare - Regione Calabria

di Redazione | 02/05/2011

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