di LETIZIA GUAGLIARDI - Don Milani, di fronte all’ingiustizia della guerra, esortava i giovani a non obbedire ciecamente ma a scegliere tra oppressi e oppressori, rendendo l’obbedienza una tentazione subdola piuttosto che una virtù. Perchè l’obbedienza deve essere mediata dalla coscienza e dal giudizio morale: obbedire a un ordine ingiusto significa rendersi complici di quell’ingiustizia.
Hannah Arendt in “Nessuno ha il diritto di obbedire”, ammonisce in modo potente contro l’obbedienza cieca agli ordini, specialmente quando comportano il male. Le sue riflessioni derivano dalla sua analisi del processo a Adolf Eichmann e il conseguente concetto di “banalità del male”. Lei sottolinea che l’obbedienza non esonera dalla responsabilità ma che l’individuo deve sempre pensare e giudicare autonomamente, per evitare di compiere crimini giustificati solo da “ordini superiori”. Eichmann, considerato uno dei maggiori responsabili operativi dello sterminio degli ebrei nella Germania nazista, secondo lei non era un mostro ma un burocrate ordinario che aveva perso la capacità di pensare, limitandosi a seguire ordini e leggi, diventando così un ingranaggio nella macchina della Shoah senza coscienza del male compiuto.
La “meraviglia della disobbedienza” – come l’ho definita nel titolo – si riferisce al potere trasformativo e coraggioso di infrangere le regole stabilite per perseguire ideali più alti, come la giustizia e la libertà. Questo rappresenta un atto di libertà individuale e un motore di progresso sociale.
Mi viene in mente, a tal proposito, la disobbedienza di Rosa Parks, avvenuta il 1° dicembre 1955 a Montgomery, Alabama. Il suo rifiuto di cedere il posto su un autobus a un uomo bianco, contravvenendo alle leggi di segregazione razziale, innescò il celebre boicottaggio degli autobus guidato da Martin Luther King. Fu la fine della segregazione sui trasporti pubblici e lei fu considerata la “madre” del movimento per i diritti civili. Il suo gesto, pur apparendo semplice, fu un atto di disobbedienza civile motivato dalla stanchezza di cedere alle ingiustizie che ispirò una protesta che durò 381 giorni e che cambiò la storia.
Nell’immagine che ho scelto per questo articolo, Rosa Parks (1913-2005) e Malala (1997) sono sedute insieme sullo stesso autobus (meraviglie dell’AI!)
Disobbedire può essere una scelta quotidiana. Ogni volta che dobbiamo fare qualcosa, chiediamoci se lo vogliamo davvero, se lo facciamo solo perchè gli altri se lo aspettano da noi o perchè cosi fanno tutti e così via. Si tratta di passare da una disobbedienza cieca a una consapevole che nasce dalla riflessione e dalla ricerca di giustizia, anche nelle piccole azioni quotidiane.
Impariamo a capire a cosa vale la pena obbedire, riflettendo criticamente.
“Dovremmo essere come i gatti: graffiare quando ci obbligano a obbedire” diceva Charles Dickens ma spesso non è necessario graffiare, se impariamo a esprimere i nostri bisogni, limiti e opinioni in modo rispettoso ma fermo, rifiutando richieste scomode (“Non posso aiutarti ora, ma posso più tardi”). È dire di no senza sensi di colpa (“Grazie, ma declino l’invito”), chiedere chiarimenti (“Non ho capito, puoi spiegare meglio?”) o dissentire con rispetto (“Capisco il tuo punto di vista, ma io la penso diversamente”). In questo modo dimostriamo autostima e professionalità. Si tratta di non conformarsi passivamente – per esempio agli stereotipi – ma di agire secondo i propri valori e benessere, scegliendo quando e come obbedire alle regole sociali. Non sempre otteniamo ciò che desideriamo ma, almeno, manteniamo una buona opinione di noi stessi.
Essere fedeli a se stessi, pensare con la propria testa, prendersi cura di sè in una società frenetica, essere coerenti con i propri valori e bisogni, proteggere i propri confini ma rispettando sempre gli altri. Servono coscienza e coraggio ma si guadagna in libertà e autenticità, meno stress e incomprensioni.
di Rubrica autogestita da Letizia Guagliardi | 11/01/2026
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