di GIUSEPPINA IRENE GROCCIA - Uno dei capolavori più intensi del primo Seicento, "L'Incredulità di San Tommaso" di Michelangelo Merisi da Caravaggio, nasce tra il 1600 e il 1601, probabilmente su richiesta del raffinato collezionista e mecenate Vincenzo Giustiniani, figura di spicco dell’aristocrazia romana. In questa tela straordinaria, Caravaggio mette in scena un momento cruciale del Vangelo di Giovanni: l’incontro tra il Cristo risorto e l’apostolo Tommaso, che fatica a credere nella resurrezione senza toccare con mano le piaghe del suo Maestro.
L’artista coglie con brutale sincerità il gesto di Tommaso, intento a inserire il dito nella ferita del costato di Gesù, come se volesse verificare empiricamente l’impossibile. Accanto a lui, altri due apostoli scrutano con attenzione quasi scientifica, inclinati in avanti, affamati di verità. È un momento sospeso, in cui la fede si confronta con il bisogno umano di prove tangibili.
Caravaggio abbandona ogni idealizzazione: i corpi sono solidi, segnati dal tempo e dalla fatica, e l’umanità di Cristo non è celata ma esposta con disarmante naturalezza. Lo sguardo del Risorto è sereno, quasi indulgente, mentre guida la mano del discepolo nell’atto che trasforma il dubbio in fede.
L’illuminazione, tagliente e teatrale, proviene da un’unica fonte laterale — tratto distintivo dello stile caravaggesco — che scolpisce i volti e le mani, ponendo l’accento proprio sull’atto fisico dell’indagine, trasformato così in un gesto di rivelazione. La luce non solo mostra, ma rivela; è simbolo del divino che irrompe nel buio dell’incredulità umana
Questo dipinto è una scena evangelica, una riflessione sull’essenza stessa della fede, che nella prospettiva di Caravaggio non esclude il dubbio, ma lo attraversa per giungere alla verità. In questo senso, l’opera diventa una potente meditazione pasquale. Il Risorto non si impone con potenza, ma si offre al tocco, alla ricerca, alla fatica dell’uomo
di Rubrica autogestita da Giuseppina Irene Groccia | 21/04/2025
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Cosenza, 21/04/2025
di Rubrica autogestita da Giuseppina Irene Groccia
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