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Rossano (Cosenza) - Tante maschere e pochi volti


di LETIZIA GUAGLIARDI - “Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti” (Luigi Pirandello, “Uno, nessuno e centomila”). Hai mai visto “Zelig” di Woody Allen? Il protagonista –Leonard Zelig (Woody Allen) – soffre di una strana malattia che lo porta a identificarsi psicologicamente e fisicamente con le persone che incontra. E allora diventa nero in mezzo ai neri, un dottore con i dottori (e parla di medicina come se fosse un medico), con i cinesi assume un volto con occhi a mandorla e parla cinese corrente, con persone in sovrappeso ingrassa proprio come loro.

La sua insaziabile fame d’affetto lo fa diventare un camaleonte umano, un campione di conformismo. La psichiatra che lo ha in cura capisce, attraverso l’ipnosi, che tale camaleontismo è il modo con cui quest’uomo, che non sa nulla di se stesso ed è dunque molto insicuro, cerca di essere accettato da chiunque gli si presenti davanti.

È così che facciamo anche noi? Cioè, per essere accettati dagli altri indossiamo la maschera che ci impone quella determinata circostanza e diciamo le cose che gli altri si aspettano da noi? E di quante maschere disponiamo? Luigi Pirandello, sempre in “Uno, nessuno e centomila”, scrisse:

“C’è una maschera per la famiglia,
una per la società,
una per il lavoro.
E quando stai solo, resti nessuno.”

Chi sono io?

La persona che vedo nello specchio o la persona che vedono gli altri?

Secondo Pirandello tutti indossiamo delle maschere. Per sapere chi siamo dobbiamo toglierci la maschera.

“Tutti noi indossiamo una maschera, e arriva il momento in cui non siamo più in grado di rimuoverla senza rimuovere alcuni lembi della nostra pelle.”

(André Berthiaume)

Perché indossiamo delle maschere?

Per non far vedere agli altri le nostre debolezze o il nostro dolore.

Per scegliere quale nostro punto di forza esporre in una data situazione.

Per nascondere quella parte di noi che non ci piace e, quindi, per evitare un rifiuto (un carattere debole, un livello culturale basso, ecc.)

Per esibire (soprattutto nei social) una felicità e un benessere che, in realtà, non abbiamo.

Le maschere non sono sempre negative perché in alcuni casi ci salvano da situazioni rischiose per il nostro “io”. Per esempio, quando indossiamo la maschera della persona forte che ci permette di attraversare un periodo brutto in cui è necessario mettere da parte la paura e l’indecisione. La cosa importante è essere consapevoli che si sta indossando una maschera. Il problema è quando non sappiamo di avere una maschera o quando siamo costretti a indossarla.

Ma ci sono anche maschere che, se indossate tutta la vita, ci danneggiano seriamente. Eccone alcune: la maschera della vittima (quella di chi si lamenta sempre), la maschera del duro (di chi si mostra scontroso per non essere ferito o per non mostrarsi vulnerabile), la maschera del simpatico (piace soprattutto ai ragazzi, per poter essere accettati nel gruppo) e quella del sempre felice (di chi finge che tutto vada bene).

Possiamo liberarci delle maschere quando ci accorgiamo che hanno aderito troppo al nostro viso (segno inequivocabile che non le sopportiamo più)?

Certamente. Bisogna toglierle e guardarci dentro senza paura (potremmo trovare un vuoto oppure delle qualità inaspettate), accettarci per come siamo (con le nostre debolezze e i nostri difetti), provare a migliorare ciò che non ci piace di noi e…cominciare ad amarci.

“Quando sono debole, è allora che sono forte.” (2 Cor. 12,10).

Paolo ci sorprende con questa sua affermazione. Sembra un paradosso ma in realtà non lo è: proprio quando riconosciamo la nostra debolezza smettiamo di nasconderci, di mentire a noi stessi e agli altri e…diventiamo forti. Anche perché, con l’esperienza che abbiamo acquisito, siamo in grado di aiutare gli altri.

Solo a questo punto non avremo più timore di mostrarci come siamo davvero e non avremo più bisogno di elemosinare affetto, amore e approvazione dagli altri.

Dobbiamo desiderare davvero di imparare la capacità di essere autentici.

Ti svelo un altro paradosso: più cerchi l’approvazione degli altri meno ottieni. Chi ha meno bisogno dell’approvazione ottiene di più.


di Rubrica autogestita da Letizia Guagliardi | 11/10/2023

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