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Amantea (Cosenza) - L’eredità di Julien Ries


Frate Francesco Celestino, padre guardiano del complesso conventuale di San Bernardino da Siena ad Amantea (Cs), in concomitanza dell’anniversario della morte ha voluto ricordare la figura del cardinale Julien Ries, considerato uno dei massimi studiosi della storia delle religioni. «Ad un anno dalla sua morte – spiega padre Francesco Celestino – avvenuta lo scorso 23 febbraio all’età di 92 anni, è giusto e doveroso ricordare Ries per il grande contributo che ha dato all’uomo e all’esperienza del sacro. Benedetto XVI, nel suo messaggio di cordoglio inviato a monsignor Guy Harpigny, vescovo di Tornai, per la morte di Ries afferma: “Attraverso l’insegnamento e la ricerca di cui era esperto riconosciuto ha sempre avuto il desiderio di testimoniare la sua fede tra i suoi contemporanei, in spirito di dialogo”. Mentre Natale Spineto, docente di Storia delle religioni all’Università di Torino e collaboratore di molte opere di Ries, ha affermato che per conoscere il suo pensiero c’è un saggio di riferimento: “Il sacro nella storia religiosa dell’umanità”. Ries è ottimista, convinto che abbiamo bisogno di un nuovo umanesimo: partire dal sacro per arrivare all’uomo, ma anche partire dall’uomo per riscoprire il suo essere religioso. Convinto dell’efficacia del sacro, Ries ripropone il concetto di sacro; egli sostiene che il sacro ci permette di capire che cosa le religioni hanno in comune e l’humus in cui esse stesse si sviluppano. Egli afferma che il sacro rappresenta da millenni uno strumento per comprendere la propria condizione, per trasformare il caos in cosmo, per creare una scala di valori. Nella dimensione religiosa del sacro, Ries afferma che “il sacro è un elemento della struttura della coscienza e non un momento della sua storia pur trovando nella storia la sua manifestazione concreta attraverso diverse forme rappresentative”. Secondo l’eminente Cardinale il senso religioso appartiene alla natura dell’uomo che lo porta ad elevare le braccia verso il cielo per appagare il senso dell’infinito che è presente in ogni essere umano. L’uomo di sempre è religioso e “simbolicus”. Capace di creatività, l’uomo di ogni tempo sente il bisogno di esternare, attraverso miti, riti e simboli, il suo bisogno di trascendenza». «Egli – conclude padre Francesco Celestino – ha cercato sempre le tracce di quest’uomo. Dalla ricca documentazione esistente, grazie anche al contributo della paleoantropologia, lo storico delle religioni è arrivato alla conclusione che “a partire dall’emergere della sua coscienza e nel fatto stesso del suo emergere, l’uomo si presenta come uomo religioso. Perciò, nella storia dell’umanità, l’uomo religioso è l’uomo normale”. L’eredità spirituale, intellettuale e pastorale di Ries, ha qualcosa da dire a noi “uomini normali” del postmoderno? Certamente sì. Prima di tutto per il desiderio con cui Ries ha testimoniato la fede attraverso l’insegnamento e la ricerca; il coraggio intellettuale e la grande intuizione di riproporre un nuovo umanesimo attraverso il sacro e homo religiosus, che trovano la sintesi nella nuova disciplina: l’antropologia religiosa fondamentale. L’eredità di Ries ci porta a guardare con speranza al cammino dell’uomo, che attraverso il mistero dell’incarnazione è un uomo nuovo».

di Redazione | 13/02/2014

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