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Rossano (Cosenza) - Omelia dell’Arcivescovo nella Solennità di Maria Ss. Achiropita


La Cattedrale era gremita. Presente tutto il presbiterio diocesano e laici delle diverse comunità parrocchiali di tutta la diocesi. All’inizio il Sindaco di Rossano, in rappresentanza di tutti i sindaci dei paesi ricadenti nel comprensorio della diocesi, ha acceso il cero votivo all’Achiropita. E’ seguito poi il  suo saluto nel quale ha parlato di collaborazione e sinergia con la chiesa locale e con la Caritas in particolare per la preziosa opera riguardo le diverse situazioni di disagio del territorio. “Impariamo a convivere per accogliere”:  questo il messaggio del primo cittadino che ha ringraziato il vescovo per la collaborazione fattiva. Erano altresì presenti per la Regione l’onorevole Caputo, il dott. Antonello Graziano per la Provincia, ed altre vari rappresentanti istituzionali, molti sindaci e le rappresentanze delle forze dell’ordine. Alla fine mons. Marcianò ha consegnato ai rappresentanti delle istituzioni, ai sindaci e ai responsabili delle aggregazioni laicali la sua nuova Lettera Pastorale. La liturgia è stata animata dal coro della Cattedrale diretto dal maestro Pignataro. Di seguito si riporta l’oOmelia dell’Arcivescovo della Diocesi di Rossano – Cariati, monsignor Santo Marcianò,  nella Solennità di Maria Ss. Achiropita: <<Carissimi fratelli e sorelle, sono queste le parole stupende che la Madonna rivolge apparendo ad un povero indio, San Juan Diego, il 12 dicembre 1531 a Guadalupe, in Messico, un luogo al quale ci siamo recati in Pellegrinaggio per concludere l’Anno del Laicato ed affidare a Lei la diocesi intera.  Esattamente un mese fa celebravamo l’Eucaristia ai piedi della Sua immagine impressa, a distanza di quasi cinquecento anni, nel mantello nel quale la Vergine apparve al vescovo. E oggi noi celebriamo la Solennità della “nostra” Madonna Achiropita, Patrona della diocesi, la cui immagine, non dipinta da mano umana, è incisa nella pietra sulla quale si fonda questa Chiesa Cattedrale. Voglio pertanto salutarvi con le parole dolcissime ma anche esigenti di Maria: anzi, voglio che sia Lei a salutarvi uno per uno. Che sia Lei a salutare il sindaco, che ringrazio per il suo saluto e per gli impegni che assume e al quale, all’inizio del mandato, auguro di cuore una feconda opera a servizio della comunità civile di Rossano, con la quale la Chiesa intende sempre collaborare per un autentico servizio alla persona umana e alla giustizia. Voglio che sia la Madonna a salutare tutti i sindaci della zona, le amministrazioni comunali, le autorità civili e militari. Che sia Lei a salutare con affetto tutti i sacerdoti concelebranti, i religiosi e le persone consacrate, i laici, le famiglie, tutti voi qui presenti. Che sia Lei, soprattutto, a salutare tutti i giovani, amatissimi dalla Madre di Dio ed anche dal vescovo: è ad essi, è a voi, cari giovani, che ho voluto dedicare l’Anno Pastorale che oggi inizia, in sintonia profonda con la Giornata Mondiale della Gioventù che si sta per celebrare a Madrid, alla quale parteciperanno oltre 60 giovani della nostra diocesi accompagnati da tanti sacerdoti: a tutti loro, ormai in viaggio, il nostro abbraccio e la nostra preghiera ed anche per loro il saluto della Madre Achiropita. La presenza materna di Maria è necessaria a ciascuno di noi, alla nostra crescita, alla crescita della Chiesa intera. È necessaria per riempire di amore materno quella sfida educativa che, in realtà, è per la Chiesa una grandissima ricchezza. E lo è anche grazie a Lei! «La ricchezza educativa». Ho voluto intitolare così la Lettera Pastorale che oggi vi consegno, ed ho voluto reinterpretare così la sfida e l’emergenza che la Chiesa ci chiede di affrontare: una ricchezza letta nelle parole evangeliche rivolte da Gesù al giovane ricco: «E tu avrai un tesoro» (Mt 19,21). Sì, «l’educazione – come vi scrivo - non è solo emergenza o sfida: è una grande ricchezza. […] È, in particolare, la ricchezza della gioventù: sì, perché la giovinezza, se ci pensiamo bene, ha come ricchezza proprio la sua “educabilità”. Ecco perché ho deciso di inaugurare il decennio dedicato all’emergenza educativa indicendo in diocesi l’Anno dei giovani»[1]. Il Convengo Diocesano, che celebreremo dal 21 al 23 settembre prossimi, ci offrirà le coordinate per affrontare un tema che, lo riaffermo con forza anche nella Lettera, non riguarda solo alcuni specialisti ma vuole richiamare l’attenzione e la responsabilità di tutti sui giovani, presente e futuro della Chiesa e della società.   Ma cosa significa educare? Cosa significa educare i giovani? Il verbo latino e-ducere, che significa condurre fuori ma anche portare alla luce, ci riporta alla dinamica del parto, che porta fuori, che porta alla luce la vita, la vita piena. «Cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?». Gesù, come commenta Giovanni Paolo II, riesce ad intravedere nella richiesta del giovane ricco «una domanda di pienezza di significato per la vita»[2]. E il cuore dell’educazione sta proprio qui: nel credere a questa pienezza di vita, nel leggerla dalle domande esplicite dei giovani, da quelle nascoste e pure da quelle sbagliate: nel saperla additare quale vero tesoro dell’esistenza umana; nel saperla generare, tirar fuori dal cuore dell’uomo, come germe di vita nascosto in lui. Sì, la relazione educativa è davvero una relazione generativa. Questa considerazione ci offre una cifra di quelle che sono alcune difficoltà legate all’educazione. Alla radice, come vi accenno nella mia Lettera richiamando un’illuminata analisi di Benedetto XVI, due problematiche: da una parte «una falsa idea di autonomia»; dall’altra «lo scetticismo ed il relativismo», dovuti alla perdita delle due «fonti che orientano il cammino umano», vale a dire «la natura e la Rivelazione». La crisi dell’educazione può essere collegata a quel cosiddetto “assassinio del padre” creato dalle ideologie del secolo scorso che sognavano la completa emancipazione dell’uomo. E –ha osservato Bruno Forte - «come non deve esserci in terra alcuna paternità che crei dipendenza, così non può esservi in cielo alcun Padre di tutti»[3]. Il sogno dei giovani, però, non sta in una tale autonomia: anzi, questa autonomia, questa mancanza di riferimenti a cui noi educatori abbiamo condannato e continuiamo a condannare i giovani, ha creato una profonda solitudine ed un reale «disagio». Certo, il disagio giovanile è un disagio sociale, se pensiamo che, secondo i dati ISTAT, nel 2009 in Italia poco più di due milioni di giovani (il 21,2 per cento della popolazione tra i 15 ed i 29 anni) risultano fuori dal circuito formativo o lavorativo. E questa percentuale, che peraltro è la più elevata in Europa, sale al 28,8% in Calabria. Ma il disagio giovanile è più profondamente “culturale”: è quello che Galimberti attribuisce al “nichilismo”[4]. È, in una parola, la perdita del senso. E forse si può leggere così, ad esempio, il dato ISTAT che rivela come, nel 2010, il 13,6% della popolazione tra 11 e 15 anni ha consumato almeno una bevanda alcolica nell’anno e il 5,2% dei maschi tra 16 e 17 anni almeno un bevanda alcolica ogni giorno! Al di fuori delle statistiche ufficiali, poi, come non pensare al terribile degrado della dignità umana dinanzi al quale anche la cronaca locale ci ha posto recentemente: prostituzione, pedofilia, mercificazione del corpo umano... Non possiamo non chiederci, sempre più inquietati, turbati e allarmati, quale risvolto tutto questo possa avere sulla vita e sulle scelte dei nostri giovani.   Cosa fare dinanzi a tutto questo? «Quando non si hanno orizzonti grandi di verità – dice ancora Bruno Forte -, si affoga facilmente nella solitudine egoistica del proprio particolare e la società diventa arcipelago. Proprio questo processo mostra però come tutti abbiamo bisogno di un padre-madre comune che liberi dalla prigionia della solitudine, che dia un orizzonte per cui sperare e amare»[5]. Cari amici, bisogna dunque tornare ad educare. E per questo bisogna: -         Riscoprire la paternità, cioè l’autorità e la tradizione. «Buono è uno solo», dice Gesù, dirigendo l’attenzione verso Dio Padre. L’uomo non è autonomo, l’uomo non è solo! -         Avere il coraggio di ammettere che l’uomo è fatto per la verità; quella verità della legge che, di fatto, il giovane ricco aveva osservato. «Se vuoi entrare nella vita osserva i comandamenti». I giovani, non lo dimentichiamo, cercano sempre la verità. -         Riscoprire la cultura del dono: «Va’, vendi, da’… vieni, seguimi…». Gesù risponde così al giovane ricco che chiedeva cosa «fare» per «avere» la vita. L’uomo non è fatto per avere o fare, ma per la relazione, per il dono di sé: «Da’» è la parola centrale. -         Indicare ai giovani che essi sono fatti per la pienezza, per la felicità: e per questo non basta la legge, ci vuole, come dice Paolo nella II Lettura, «la grazia di Dio»: una grazia che «insegna»; che, letteralmente, «educa». Educa a rinnegare il male e a fare il bene, dunque alla verità. Educa «alla sobrietà, alla giustizia, alla pietà». È interessante che l’espressione sobrietà sia tradotta da una parola greca che, al suo interno, contiene il verbo fronèo, verbo che Paolo utilizza per indicare i sentimenti profondi del cuore umano, quelli che sono anche gli stessi sentimenti di Gesù. La grazia di Dio riempie l’umano, forma l’uomo e “tras-forma” il suo cuore, per farlo essere sempre più simile a Dio. Ecco la pienezza di umanità alla quale l’educazione deve generare! È questo che il giovane ricco cerca e che, allo stesso tempo, sembra rifiutare. È il dramma del passo evangelico, è il dramma della libertà umana non educata. È la tristezza del giovane con la quale, però, contrasta la speranza della gioia possibile a Dio. Sì, a Dio è possibile la gioia: lo abbiamo cantato nel Salmo, lo dice l’esperienza stessa di Maria nel Magnificat. E i giovani hanno bisogno della gioia.   Anche i poveri, però, hanno bisogno della gioia, oltre che del pane. Ed ecco la giustizia, della quale la Prima Lettura ci ha mostrato un’icona. Tutti nel tempio: casa di preghiera, casa di tutti! Il profeta Isaia, in particolare, fa riferimento a quei poveri che sono gli stranieri e il Signore dice: «Li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera». Questa è la casa di Dio: una casa di preghiera, una casa di gioia, una casa di tutti. Certamente era questa la casa della Vergine Maria. Certamente è questa la Chiesa: la Chiesa come “luogo”, la Chiesa come spazio del cuore, la Chiesa come comunità. Certamente è questa la nostra Chiesa di Rossano e sono queste le nostre comunità civili. E questa identità di casa, accogliente e gioiosa, orientata a Dio nella preghiera e nella finalità del suo essere, non può essere turbata dal grave episodio successo proprio in questa città qualche settimana fa, nel quale alcuni nostri fratelli stranieri hanno subito ingiustizia e violenza. Il sindaco ha fatto riferimento a questo: e lo ringrazio perché so che i responsabili della cosa pubblica vogliono fare di queste nostre città una “casa di tutti” che cresce in civiltà e in gioia. Fare la giustizia non significa, come molti credono, “farsi giustizia” o “giudicare”! Certamente la giustizia include la punizione di chi sbaglia: una punizione che, però, è la legge ad assicurare e non la violenza. Fare la giustizia significa “essere giusti” e costruire così una società più giusta per tutti, nella quale tutti siano riconosciuti nella loro dignità di persone. È solo di ieri la dolorosa notizia di tanti fratelli stranieri che vengono ricoverati presso il nostro ospedale di Rossano per stati ansiosi dovuti ai traumi subiti e alla paura accumulata. Dinanzi a tutto questo non si può tacere! Ancor più, non si può tacere se si pensa che queste sono proprio le persone che noi sfruttiamo, costringendole a lavori che nessuno vuole più fare per paghe da miseria e mettendole in difficoltà ingiuste anche con gli affitti sproporzionati della casa… L’episodio accaduto a Rossano è grave ma è gravissimo anche questo vergognoso sfruttamento degli stranieri. Mi auguro perciò che tutti, oggi, ci sentiamo più motivati in un impegno di accoglienza e spinti a lanciare insieme un grido chiaro: mai il rifiuto o lo sfruttamento dell’altro, chiunque esso sia, magari anche in nome della sua etnia o religione, perché chi sceglie il razzismo, qualunque tipo di razzismo, rifiuta Dio! Cari amici, la realtà degli stranieri che, forse in modo imprevisto, stanno approdando alle nostre coste, stanno popolando le città della nostra Italia, in particolare del nostro Sud, ha certamente creato un’”emergenza”. Ma, come scrive Enzo Bianchi, è «proprio di fronte alle “emergenze”, vere o artefatte che siano, che vengono alla luce le radici autentiche di un tessuto sociale e la solidità di convincimenti etici o religiosi»[6]. Potremmo dire che, al pari dell’emergenza educativa, anche questa emergenza è per noi una reale ricchezza. I poveri, gli stranieri sono un “segno”, quasi un “sacramento” che Dio ci offre. Sì, un sacramento di Dio e di tutti quei poveri che, ancora oggi, muoiono di fame nel mondo, muoiono di guerra, muoiono di stenti, muoiono di abusi… muoiono ingiustamente, per mano di altri fratelli di umanità, per la loro indifferenza o per il loro silenzio. Come non pensare, in questo momento, alla tragedia che si sta consumando nel Corno d’Africa, soprattutto in Somalia, a causa della siccità, della povertà e, in molte zone, anche della guerra? Una tragedia silenziosa che sta mietendo vittime innumerevoli, in difesa delle quali, nel mondo, solo il Papa ha levato una voce chiara di denuncia e di allarme! Le stime di persone colpite dalla terribile carestia che coinvolge la Somalia, l’Etiopia, il Kenia, e mette a rischio l’Eritrea, il Sud-Sudan, l’Uganda e la Tanzania, hanno superato i 12 milioni e le notizie sono sempre più allarmanti: unendosi all’appello del Papa, la presidenza della CEI, a nome di tutti i Vescovi italiani, ha lanciato una colletta nazionale con una raccolta straordinaria per domenica 18 settembre. Chi di noi, ascoltando queste immani tragedie, non si sente spinto a fare qualcosa, a dare qualcosa? «Vieni e seguimi»: cari amici, Gesù ci chiede di fare come Lui; Gesù ci chiede di essere come Lui; Gesù ci chiede di essere Lui. Gesù, in realtà, ci dice che il povero, lo straniero, è Lui! Nella Lettera Pastorale ho ricordato, sulla scia delle mie Visite di quest’anno, «le favelas di Buenos Aires, costruite accanto ai palazzi del potere e i sobborghi immensi di Città del Messico… È una povertà che terrorizza – vi scrivo- è una povertà dalla quale dobbiamo farci educare»[7]. Dobbiamo lasciarci educare dalla povertà e dalla diversità. Una diversità che richiede il dialogo. E il dialogo è essenziale anche all’educazione. «Dialogando – scrive ancora Enzo Bianchi – si può e si deve ricercare, inventare, concordare non un “minimo comune multiplo” ma un ideale abbastanza alto per stimolare la dinamica della vita sociale, aprire nuovi orizzonti, offrire speranze alle generazioni future e, nel contempo, sufficientemente realista da poter essere calato con efficacia nel vissuto quotidiano»[8]. L’accoglienza è la metodologia per vivere questo ideale “alto”. Non è un’arte facile l’accoglienza dei vicini, degli stessi familiari, dei poveri… Così come non è un’arte facile l’educazione. Ma l’accoglienza, se ci pensiamo bene, è il presupposto dell’educazione. Tante volte i giovani sbagliano. Tante volte può accadere che anche i nostri fratelli stranieri sbaglino; e quante volte anche noi sbagliamo! Ecco, allora, il senso profondo dell’educazione: ecco la «ricchezza educativa»! Una ricchezza sulla quale si può sempre contare per aiutare ogni uomo, soprattutto i giovani, a trasformare il cuore e renderlo sempre più somigliante a Dio. Una ricchezza sempre possibile perché «tutto è possibile presso Dio», dice Gesù. Il giovane del Vangelo se ne va triste, perché ha «troppe ricchezze» e, forse per questo, non comprende che la vera ricchezza della giovinezza è «la giovinezza stessa», come ha scritto Giovanni Paolo II ai giovani[9]. E voglio oggi annunciare che a questo Beato, amatissimo da tutti noi, affideremo i giovani della nostra diocesi con una Celebrazione nella quale il Postulatore della sua Causa di Canonizzazione offrirà alla nostra Chiesa Cattedrale due reliquie – i capelli e il sangue – che saranno esposte alla venerazione dei fedeli. Tale iniziativa avrà luogo il primo novembre prossimo, Solennità di tutti i Santi, nel 65° anniversario di ordinazione sacerdotale di Karol Wojtyla.   Carissimi fratelli e sorelle, mi colpisce che la prima Lettura, tratta dalla Liturgia di questa domenica XX del tempo Ordinario, sia la stessa suggerita nel formulario di Maria Madre e Maestra spirituale. Noi, chiamati ad insegnare, abbiamo bisogno di Colei che ci insegna e che fa della Chiesa una Maestra e una Madre. L’accoglienza e l’educazione sono il segreto della maternità! Della maternità di Maria e della maternità della Chiesa. Sì, la Chiesa è veramente Madre; ed è Madre di tutti. L’Icona del tempio, casa di tutti, si rispecchia nell’Icona che, sempre il profeta Isaia, dipinge nei versetti che abbiamo cantato come Salmo responsoriale: «Io gioisco pienamente nel Signore… perché mi ha avvolto con il manto della giustizia… come una sposa». La casa di Dio è una comunità, è questa nostra comunità, che è sposa di Cristo e che è Madre dell’uomo; che vive una gioia piena nel farsi rivestire del manto di giustizia con il quale accoglie i giovani ed accoglie i poveri. Accoglie tutti, come Maria. A te, Madre Achiropita, Madre di Dio, affidiamo questo nuovo Anno Pastorale; a Te affidiamo i nostri giovani, a Te affidiamo i nostri poveri. A Te ti affidiamo la nostra Chiesa, affinché sia davvero Maestra e Madre: Madre dei giovani e Madre dei poveri, Madre che accoglie e corregge, Madre che insegna e guida, Madre che educa e conduce a Dio, Madre che sempre ama. Insegnaci ad amare i giovani e ad amare i poveri; insegnaci ad insegnare ad amare. E tienici tutti sotto il tuo manto affinché, insieme, possiamo davvero essere “uno”, possiamo davvero essere Chiesa. E così sia!>>. [1] Santo Marcianò, «E tu avrai un tesoro». La ricchezza educativa. Lettera Pastorale per l’Anno dei giovani. Rossano, 13 agosto 2011 [2] Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Veritatis Splendor, n. 7 [3] Bruno Forte, La sicurezza che non ci deluderà mai. Relazione tenuta a Salisburgo il 3 agosto 2011 [4] Cfr. U. Galimberti, L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani. Feltrinelli, Milano 2007 [5] Bruno Forte, La sicurezza che non ci deluderà mai… [6] Enzo Bianchi, Stranieri come noi. Aliberti Editore 2008, p. 15 [7] Santo Marcianò, «E tu avrai un tesoro». La ricchezza educativa… [8] Enzo Bianchi, Stranieri come noi…, p. 16 [9] Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica Dilecti Amici per l’Anno della Gioventù, 1985

di Redazione | 14/08/2011

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