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Pietrapaola (Cosenza) - L’ingegno umano nella lotta tra fragilità biologica e nemici invisibili spietati


di ANGELO MINGRONE - In altri articoli ho avuto modo di parlare della nostra fragilità biologica e di come l’essere umano, pur avendo realizzato numerose conquiste scientifiche, come lo sbarco sulla luna e la probabile prossima conquista di Marte, la lotta vittoriosa all’indigenza, alla povertà  e a molte malattie,  in primis malaria e tubercolosi, e pur  potendosi considerare una specie di successo sul pianeta Terra (dove siamo in oltre 7  miliardi), rimanga pur tuttavia ancora un essere fragile dal punto di vista biologico, indifeso di fronte a nemici vecchi e nuovi, come il  nuovo Coronavirus, causa della terribile pandemia attuale, e non in grado ancora di difendersi in modo adeguato ed efficace.

È innegabile che forti progressi siano stati realizzati nel campo della medicina soprattutto a partire dal secondo dopoguerra in poi, e patologie come la peste, la sifilide, la sepsi,  il tifo, la malaria, la brucellosi e molte altre ancora sono  solo un brutto ricordo, per lo meno nelle nazioni più avanzate dal punto di vista sanitario. Ma per secoli, direi per millenni, l’uomo è stato vittima  di molte di  queste malattie, responsabili di  più vittime di quelle causate dalle guerre,  che regolarmente insanguinavano e insanguinano popolazioni di ogni latitudine.  Solo per fare un esempio nel corso della prima guerra mondiale, ritenuta ancora oggi il conflitto più sanguinoso di tutti i tempi, si temeva la sepsi e la dissenteria più del nemico, e capitava spesso che soldati forti e giovani  perissero a causa di infezioni oggi ritenute banali, che un piccolo taglio procuratosi  in  combattimento fosse causa di sepsi mortale.

Contro queste catastrofi, l’uomo ha reagito per molto tempo in modo semplice e artigianale, direi, grazie all’ingegno di menti illustri che non si sono fermate alla valutazione superficiale delle varie patologie ma hanno voluto andare più a fondo, cercando di scoprire il nesso tra causa ed effetto, in maniera tale da trovare i rimedi più efficaci. La prima vaccinazione risale alla fine al 1797 ed è opera del dottor Jenner, medico di campagna di una regione inglese detta Gloucestershire. Il quale in un periodo in cui il vaiolo mieteva vittime a dismisura non solo in Inghilterra, ma in tutta l’Europa, ebbe modo di osservare che i contadini che si ammalavano di vaiolo vaccino, a differenza della restante popolazione, si dimostravano particolarmente resistenti all’infezione della variante umana dello stesso virus, spessissimo mortale. Per questo motivo un giorno pensò di iniettare il materiale purulento prelevato da una pustola di una donna infetta dalla variante vaccina del vaiolo a un ragazzo di 8 anni, il quale sviluppò anticorpi in misura tale da proteggerlo contro il vaiolo umano inoculatogli dopo qualche tempo, con il risultato che neanche si ammalò.

Altre importantissime conquiste derivarono dagli studi di Behring nella lotta al tetano e alla difterite, e da quelli di Pasteur contro l’antrace e la rabbia. Ma mi piace ricordare anche la grandezza di due medici del secondo dopoguerra, Jonas Salk, e Albert Sabin inventori di vaccini efficaci e sicuri contro la poliomielite, realizzati con virus attenuati non in grado di provocare infezione, ma di scatenare l’utilissima risposta anticorpale. Il dottor Salk, udite, udite! Non brevettò mai la sua scoperta, perché fosse patrimonio di tutti. Il secondo con la realizzazione di un vaccino da assumere per via orale ha praticamente consentito l’eradicazione di questa terribile malattia.

Probabilmente è noto a molti in che modo avvenne la scoperta della Penicillina. Anche questa volta per caso e grazie all’intuito e all’ingegno del microbiologo inglese Alexander  Fleming, il quale  nel suo laboratorio notò  un giorno che alcune colture di batteri si erano coperte di muffa. E che le stesse colture non si erano in alcun modo sviluppate, come sarebbe stato logico attendersi.  Uno scienziato  meno attento avrebbe fatto poco caso a questo inconveniente. Non Fleming, il quale intuì correttamente che le muffe erano in grado di produrre una qualche sostanza in grado di determinare l’arresto della crescita dei microbi in coltura, che quindi bisognava isolarla e utilizzarla nella lotta alle infezioni.  Dopo  lo scarso entusiasmo dei primi anni  Fleming insieme ai suoi collaboratori Chain e Florey riuscì a curare diversi pazienti utilizzando un estratto della muffa detta penicillina dal nome della specie che la produceva.  E  già nel corso della seconda guerra mondiale la penicillina cominciò ad essere prodotta in quantità industriale. Nel 1945 Fleming vinse il premio Nobel per la Medicina, e mai riconoscimento fu più meritato ed indovinato di questo.

A partire dal secondo dopoguerra abbiamo assistito a diverse pandemie come l’Asiatica, l’Aids, la Sars, la Mers, e l’epidemia del virus Ebola, che hanno causato, ciascuna di esse un numero notevole di morti, ma che sembrano, tranne forse che per il virus dell’Aids (la cui infezione appare comunque sotto controllo con i moderni antivirali) e dell’Ebola, che da endemico diventa periodicamente pandemico,  appartenere al passato.  Il nostro organismo, quindi, subisce periodicamente, come si può capire, delle aggressioni molto pericolose da parte di microorganismi, tali da mettere in forse persino la sopravvivenza di parte del genere umano.

È una lotta spietata, perché avviene ogni volta con agenti diversi e con caratteristiche nuove e sconosciute, nei confronti dei quali bisogna trovare rimedi efficaci e di volta in volta diversi a seconda dell’agente patogeno che ci aggredisce. Possiamo dire che l’uomo deve mettere a frutto in ogni modo possibile il suo ingegno in maniera tale da potersi difendere adeguatamente, costruendo una barriera efficace, uno scudo impenetrabile intorno alla sua fragilità.

Così è stato anche per  il nuovo Coronavirus. Un agente patogeno sconosciuto, del quale poco o nulla si sapeva: confuso dapprima con un virus simil-influenzale e di gravità trascurabile, si è poi rivelato di gran lunga più letale. A oggi, ottobre 2021, sono oltre cinque milioni le vittime di questo killer spietato e, sebbene nelle nazioni più sviluppate dal punto di vista sanitario si respiri un clima di cauto ottimismo, i numeri stanno a indicare che si tratta ancora di una minaccia tutt’altro che trascurabile, che non bisogna abbassare la guardia, ma portare a fondo la lotta contro questo nemico spietato che altrimenti non mancherebbe di rialzare la testa.

Risultati di enorme importanza si sono ottenuti con la realizzazione di almeno quattro vaccini in tempi brevissimi,  meno di un anno, ottenuti con tecnologie e procedimenti diversi, ma tutti efficaci nel contrastare la diffusione del contagio. Ricordo ancora lo stupore e la meraviglia con la quale appresi per la prima volta nel novembre del 2020 da una tv straniera la realizzazione da parte della Azienda Pfizer di un vaccino ottenuto con una tecnologia completamente diversa dalle altre adottate fino ad allora: il siero  veniva realizzato con una tecnica completamente innovativa che prevedeva l’utilizzo del RNA messaggero in grado, attraverso appropriati passaggi biochimici, di stimolare anticorpi in quantità tale da contrastare la infezione e la diffusione del virus all’interno dell’organismo. Di esso, di questo vaccino,  si parlava, a mio avviso correttamente,  come di un progresso dell’umanità per la sua efficacia contro il COVID-19  e per  le prospettive future di contrasto a eventuali prossime pandemie. Come dicevo al vaccino Pfizer altri se ne sono aggiunti, di efficacia paragonabile, tutti in grado di contrastare il diffondersi della temibile infezione.

Data pochi giorni fa la notizia della realizzazione di un farmaco da assumere per bocca, in grado di contrastare efficacemente lo sviluppo dell’infezione se assunto nei primi giorni di contagio. Ho cercato di documentarmi su questo nuovo presidio, sul suo meccanismo  d’azione e sulla sua efficacia. E, da medico, ho ricavato l’impressone che presto questo nuovo antivirale  riceverà l’approvazione delle Agenzie internazionali preposte al controllo della efficacia e sicurezza degli alimenti e dei medicinali (Food and drug Administration,  per prima).  Gli studi condotti, i cui risultati dovranno essere confermati, sembrano accertarne la validità. Ma ciò che mi preme sottolineare è il meccanismo d’azione, completamente nuovo, messo a punto: in pratica si costringe il virus a immagazzinare nel suo RNA  delle molecole modificate chimicamente, alterate, tali da impedirne la replicazione. E’ un po'  come inserire dei mattoni di cartapesta all’interno di mattoni di cemento: l’edificio che il virus progetta di costruire risulterà minato nelle fondamenta e destinato a crollare alla prima prova.  

Tutto qui? Non proprio. Una lotta seria ai virus e agli agenti patogeni presenti e futuri non può non tener conto della natura e dell’ambiente e dell’ecosistema nel quale gli essere viventi vivono. E della necessità di rispettarli. Non possono essere ammessi per esempio sfruttamenti indiscriminati di territori che da sempre costituiscono l’habitat naturale di specie animali che, private del loro habitat naturale, sono per forza di cosa destinate a mescolarsi con l’uomo, e a rendersi veicolo inconsapevole e pericoloso di trasmissione di pericolose malattie, come sembra essere successo per l’Ebola e forse per il nuovo coronavirus. Vivere rispettando l’ambiente, praticando le giuste norme igieniche preservando il territorio da devastazioni e sfruttamento indiscriminato è un altro passaggio fondamentale per preservare la nostra specie sempre più a rischio, come sembra che si stia prendendo sempre più coscienza un po’ in tutto il mondo.


di Dott. Angelo Mingrone | 04/10/2021

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