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Rossano (Cosenza) - L’intervento del Vescovo di Rossano al convegno sui 150 anni dell’Unità d’Italia promosso dall’Ugci


  Di seguito si riporta l’intervento del Vescovo della Diocesi di Rossano Cariati, monsignor Santo Marcianò, effettuato nel corso dell’interessante convegno promosso dall’Ugci, Unione dei giuristi cattolici italiani, per i 150 anni dell’unità d’Italia <<Carissimi, con grande gioia e gratitudine ho l’onore di porgere il mio saluto a questo interessante e stimolante Convegno che, con una felice coincidenza, si svolge nell’immediata vigilia di un importante appuntamento: la Settimana Sociale dei Cattolici Italiani quest’anno, tra l’altro, celebrata proprio in Calabria, nella città di Reggio. Rivolgo anzitutto il grazie agli organizzatori…E rivolgo il benvenuto a tutti: ai relatori, che offrono la loro indiscutibile competenza ed esperienza; a tutti i partecipanti, che desiderano approfondire quello che è un tema che, ai nostri giorni, ci sollecita in modo del tutto particolare. Vi saluto, dunque, augurandovi ogni bene per la riuscita di questa iniziativa; e vi saluto a nome di tutta la comunità ecclesiale, esprimendovi quella che è la partecipazione, la preoccupazione e l’interesse della Chiesa riguardo al tema che state approfondendo: l’Unità d’Italia. È un interesse, quello della Chiesa, che riconosce precise motivazioni e che non vuole sconfinare in ragionamenti che finirebbero per invadere il campo specifico della riflessione politico-organizzativa. La questione dell’Unità d’Italia, tuttavia, è molto di più che una mera questione organizzativa: e questo lo si capiva bene al tempo in cui la stessa unità fu sancita ma, per certi versi, lo si capisce ancor meglio proprio oggi, a fronte delle problematiche politico-culturali che ci troviamo a vivere in questo Paese. 1. L’Unità d’Italia è, anzitutto, una questione storico-culturale. È certamente compito dei relatori di questo Convegno ripercorrerne le tappe e dare le opportune letture critiche; mi colpisce, però, considerare – così come ha fatto in più interventi il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano – come le «ragioni storiche» permisero sia l’inizio dell’unificazione, nel 1961, sia la riaffermazione della stessa proprio nella Costituzione Italiana. L’Unità d’Italia fu all’inizio «una combinazione prodigiosa – afferma, infatti, Napolitano – che risultò vincente perché più forte delle tensioni anche aspre che l’attraversarono», sulle quali «prevalsero le ragioni dettate dallo sviluppo degli avvenimenti, gli imperativi del processo storico»[1]; e questa sua forza fu poi confermata dall’Assemblea Costituente, la quale, come considera ancora il nostro Presidente, «giunse ad adottare nella sua interezza il 22 dicembre 1947 il termine “una e indivisibile” riferita alla Repubblica che era stata proclamata poco più di un anno prima», superando le fratture, gli sconvolgimenti, i processi dissolutivi che in quegli anni erano stati provocati dalle guerre e dal fascismo e, alla fine, dimostrando così «la profondità delle radici su cui l’unità della nazione italiana ha dimostrato di poggiare e di poter fare leva»[2]. Ragioni storiche e culturali, dunque, alla base di un processo che è stato in grado di reggere ad incredibili difficoltà, grazie anche a quegli accordi che, come ha affermato il cardinal Bagnasco, «si riconoscono perché da un lato segnano l’incontro tra differenze, e dall’altro consentono a queste differenze di svilupparsi secondo quello che don Luigi Sturzo chiamava il “sano agonismo della libertà”. Tali accordi, e la storiografia più seria concordemente ce lo ribadisce, non sono mai accordi eticamente neutri, accordi tecnici, astratti proclami, ma patti di amicizia civile consapevolmente contratti ed esplicitamente fondati su specifiche opzioni di valore»[3]. Che grande lezione per il nostro tempo! E che riflessione per chi, come me, nella storia è chiamato a leggere la sapiente mano di Dio che guida gli eventi e sorregge le persone che li compiono! Sì, spesso noi uomini non riusciamo a credere quanto il nostro operato sia a servizio di un bene più grande, di una storia che si sviluppa nell’oggi e nel futuro e che noi stessi finiamo per determinare e condizionare. Al di là delle convinzioni e del “credo” personale, sono persuaso che basterebbe una riflessione attenta e matura sul “senso della storia” a far superare tanti individualismi e soggettivismi – personali, ma anche di carattere politico e geografico – che minano alla radice non solo l’Unità d’Italia in quanto tale ma il senso stesso della nazione, della cultura, della civiltà.   2. L’Unità d’Italia è, poi una questione politico-economica. Anche in questo caso, gli esperti relatori stanno indagando nei particolari i meccanismi specifici, ma credo non si possa non tener conto che – lo afferma ancora Napolitano - «il tema più grave dei motivi che hanno insidiato e insidiano la nostra unità nazionale» è imputabile «allo squilibrio tra Nord e Sud, alla condizione del Mezzogiorno»; e impone una riflessione su quella «”unificazione economica” che avrebbe dovuto seguire e non seguì alla “unificazione politica”»[4]. La questione dell’Unità d’Italia, potremmo dire, fa tutt’uno con una visione della politica e dell’economia realmente attenta al «bene comune»: un concetto chiave, questo, che la Dottrina sociale della Chiesa propone proprio come quel bene che è «comune perché indivisibile e perché soltanto insieme è possibile raggiungerlo e custodirlo, anche in vista del futuro»[5].  Credo sinceramente che questa idea di «bene comune» sia una provocazione: per lo stile di vita dei cristiani, anzitutto, ma anche per una certa visione della politica ancorata al potere, ai privilegi, ai clientelismi e alle raccomandazioni, ad ogni genere di illegalità e di criminalità organizzata… Sia una provocazione per la stessa Unità d’Italia: quale unità sarebbe possibile senza una profonda convinzione circa il bene comune? «Il bene comune deve essere la stella polare per tutti, al fine di costruire un futuro veramente umano per tutti»[6], affermava ancora il Presidente dei Vescovi italiani. Ed è nella cornice di questo «bene comune» che deve inserirsi anche - la cosiddetta “Questione Meridionale”: una questione che – lo dico forte – ci preoccupa. Ci preoccupa in quanto meridionali, in quanto, cioè, è da questo “punto di vista” che noi guardiamo alla questione; soprattutto, però, ci preoccupa in quanto Chiesa. E proprio l’Episcopato Italiano ha recentemente pubblicato un Documento su Chiesa Italiana e Mezzogiorno nel quale, richiamando gli insegnamenti di Benedetto XVI nell’Enciclica Caritas in Veritate, si afferma che, per il nostro Paese, non può esserci vero sviluppo al di fuori di un «pensiero solidale» e di un «amore intelligente e solidale»[7]. Cari amici, è proprio così: bisogna imparare a pensare insieme e a pensare uno sviluppo che sia per tutti! Sono tanti i fenomeni che affliggono il Meridione: la criminalità organizzata, anzitutto, ma anche il sottosviluppo economico, la disoccupazione, il flusso migratorio dei giovani verso il Nord… Ma sono tante le ricchezze – naturali, culturali ed umane – che il Sud Italia sa di poter offrire, e, di fatto, offre, alla nazione e al mondo. È molto bello che i Vescovi incoraggino il Mezzogiorno a «divenire un laboratorio in cui esercitare un modo di pensare diverso rispetto ai modelli che i processi di modernizzazione hanno prodotto, cioè la capacità di guardare al versante invisibile della realtà e di restare ancorati al risvolto radicale di ciò che conosciamo e facciamo: al gratuito e persino al grazioso, e non solo all’utile e a ciò che conviene; al bello e persino al meraviglioso, e non solo al gusto e a ciò che piace; alla giustizia e persino alla santità, e non solo alla convenienza e all’opportunità»[8]. Sì, un nuovo modo di pensare che trascenda l’egoismo individualista e ogni tornaconto personale. Un nuovo pensiero.   3. La questione dell’Unità d’Italia, infatti, è anche una questione di pensiero. Tale consapevolezza, inevitabilmente, ci richiama ad una sfida educativa che impone di considerare a quale “pensiero” siano ispirate le decisioni politiche attuali ma anche quale “pensiero” vogliamo lasciare in eredità ai giovani, alle nuove generazioni. La Chiesa sente il dovere di partecipare a questa sfida educativa, anzitutto attraverso i suoi laici che, in quanto cittadini italiani, sono inseriti a pieno titolo nella comunità civile e politica, anche attraverso specifici compiti, ed esercitano un ruolo spesso significativo in molteplici istituzioni educative. La nostra Diocesi celebra in quest’anno pastorale l’Anno del Laicato: e, nella mia Lettera Pastorale, io stesso ho voluto dedicare un ampio spazio alla responsabilità civile dei cattolici, particolarmente incoraggiandone l’impegno politico, ma ho anche voluto sollecitare il dialogo e la collaborazione tra la Chiesa e le istituzioni, per un migliore servizio al bene comune nel nostro territorio. Credo che questo dialogo serva anche alla riflessione sull’Unità d’Italia: un dialogo che si sviluppa tra le comunità cittadine e le Chiese locali, come pure tra coloro che, nella Chiesa e nello Stato, hanno responsabilità di governo a livello centrale. In questo dialogo, la Chiesa intende portare il contributo della sua fede e della sua visione della persona umana, la forza di principi indiscutibili quali il rispetto di ogni persona, la giustizia, la solidarietà… Ma la Chiesa sente di poter portare anche un suo pensiero sul significato profondo dell’unità. Proprio in questi giorni, la nostra Chiesa locale sta celebrando un particolare evento storico, i 1100 anni dalla nascita di San Nilo, un monaco di Rossano che, nel suo impegno di preghiera e accoglienza, costituì un germe di unità nella Chiesa e nella vita civile, dialogando anche con molti potenti e “politici” del suo tempo. E, assieme a San Nilo, ricordavamo qualche giorno fa un altro grande uomo di fede che, nel nostro tempo, ha saputo tessere legami autentici di unità, con il suo significativo impegno ecumenico ma anche con la sua incisiva azione nel campo della politica mondiale: Giovanni XXIII. Nel ringraziarvi ed augurarvi ancora tanta fecondità di pensiero e di opere per questo vostro Convegno, voglio lasciarvi proprio con un monito di Papa Giovanni, che certamente tutti conoscete, e che, nella sua semplicità, provoca tutti noi ad un impegno per l’unità diuturno e concreto, paziente e fiducioso, senza deroghe né paure: «Cerchiamo ciò che unisce e non ciò che divide»! Sì, cari amici, credo che, in questo cercare ciò che unisce, l’anniversario dell’Unità d’Italia diventi una degna celebrazione: nell’interessante riflessione storica e culturale, nel complesso impegno politico-legislativo ed economico, nella stupenda responsabilità educativa, che tutti ci interpella e che a tutti chiede di formare coscienze di cittadini, ma prima di tutto di uomini, pronti ad imparare e a credere che nessuno, veramente nessuno, può essere felice da solo. Grazie di cuore!>>  + Santo Marcianò [1] Giorgio Napolitano, Intervento in occasione delle celebrazioni per il 150° Anniversario della partenza dei Mille. Genova, 5 maggio 2010 [2] Giorgio Napolitano, Verso il 150° dell’Italia unita: tra riflessione storica e nuove ragioni di impegno condiviso. Roma Accademia dei Lincei, 12 febbraio 2010 [3] Angelo Bagnasco, Saluto al Convegno per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Genova, 3 maggio 2010 [4] Giorgio Napolitano, Verso il 150° dell’Italia unita: tra riflessione storica e nuove ragioni di impegno condiviso. Roma Accademia dei Lincei, 12 febbraio 2010 [5] Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, n. 164 [6] Angelo Bagnasco, Saluto al Convegno per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Genova, 3 maggio 2010 [7] Conferenza Episcopale Italiana, Per un Paese solidale. Chiesa Italiana e Mezzogiorno, n. 2 [8] Ibidem, n. 17

di Redazione | 03/10/2010

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