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Acquappesa (Cosenza) - Società tecnoliquida, Caruso: Allarme tra genitori,docenti e psicologi


di MARIANNA ANDREOLI - La contingenza attuale legata all’emergenza Covid-19 ci conduce ad analizzare e a interrogarci su vari aspetti della nostra società. Allarmante e disarmante il grido di disperazione di genitori con figli in età soprattutto adolescenziale.  Forte la preoccupazione degli esperti in materia di relazioni sociali.

I ragazzi in età scolare sempre più dipendenti dalla rete. Costretti a seguire la didattica in modalità e-learning si rifugiano dietro lo schermo del proprio portatile o tablet e, fin quando si interfacciano con insegnante e compagni, tutto è apparentemente normale. Finita la lezione e l’impegno per le consegne, ci si ritrova spesso, invece, chiusi in una stanza con in mano un cellulare, un laptop, playstation o quant’altro di tecnologico l’attuale società mette a disposizione. Così il dialogo si intraprende con il freddo schermo che cattura tutte le attenzioni e prosciuga risorse che potrebbero e dovrebbero invece essere investite diversamente. Le preoccupazioni dei genitori si sono amplificate a causa delle restrizioni imposte dall’emergenza in corso.  I loro ragazzi non fanno altro che stare attaccati al telefonino e anche quando si ha la possibilità di interagire con i coetanei e figure adulte di riferimento, riprendendo la didattica in presenza, ci si accorge invece che, persino durante l’intervallo, come affermano molti docenti, piuttosto che scambiare due chiacchiere con le dovute distanze tra compagni, si china la testa sul proprio smartphone. La società tecnoliquida desta, pertanto, preoccupazione, soprattutto tra le nuove generazioni.

Una società permeata da incertezza e instabilità, dove viene meno l’essere, il saper essere e il saper fare. La memoria riporta al famoso oracolo di Delfi, “conosci te stesso?”.

In realtà noi mal ci conosciamo. La via maestra per esplorare il nostro essere sono le relazioni interpersonali sane, e i dispositivi, per quanto indispensabili per numerose attività, ci penalizzano nel rapporto con l’altro da sé e velano il nostro Io, mal codificando emozioni prima e sentimenti poi.  E non ci meravigliamo più se anche in famiglia ci si ritrova a scrivere un whatsapp da una poltrona all’altra. Non ci si guarda più negli occhi e ci si scambia opinioni digitando i tasti di un android, con il rischio che il messaggio che si voglia enunciare venga frettolosamente interpretato diversamente. Si inviano emoticon a discapito del percepire la meravigliosa sensazione di una mano sudata o guardare un volto arrossato dall’emozione. La staticità che sostituisce la dinamicità.

 Come aiutare allora i nostri ragazzi a focalizzarsi maggiormente sul proprio Io, imparando soprattutto a sviluppare quell’intelligenza emotiva strumento essenziale per indirizzare nel migliore dei modi emozioni sia negative sia positive? Conoscere le proprie potenzialità e soprattutto riconoscere i propri limiti in modo da saper gestire gli ostacoli che la vita presenta?

 Il parere, a tal proposito del prof. Sergio Caruso, pedagogista, criminologo clinico, esperto in devianza minorile che pone quotidiana attenzione sui rischi della rete.

“Ci troviamo - ha affermato Caruso- di fronte” “a una rivoluzione della comunicazione che diventa anche una rivoluzione del nostro modo di essere e della nostra personalità.  I social, internet, la tecnologia sono divenuti parte integrante della nostra vita ma il limite è che uno strumento fondamentale si rivela spesso gabbia per la nostra esistenza stessa. Tantissimi sono i casi di ragazzi, ma anche adulti, prigionieri della rete, schiavi di questo mondo, per non dire dipendenti.  Tra le nuove dipendenze figurano infatti le dipendenze da social, da internet, da playstation. Preoccupanti i dati di ragazzi che entrano in dinamiche estremamente pericolose attraverso la rete. Tanti minori vengono adescati da sex offender, da pedofili, trovandosi in circostanze pericolosissime. Vere e proprie organizzazioni criminali operano sulla rete appunto per reclutare adepti. E oggi il grave fenomeno delle psicosette trova sempre più spazio all’interno del web”. Il professore Caruso ha proseguito evidenziando che “per tutto questo dobbiamo interrogarci sull’esempio che noi adulti diamo, perché, se ci sono ragazzi attaccati al cellulare è colpa di tantissimi adulti che fanno la stessa cosa.  È opportuno affermare che, il web, i social, vanno a modificare il nostro stato emotivo e comunicativo e quindi la nostra personalità, molte volte con esiti negativi. E se tante cose accadono è per una grossa esposizione di minori alla rete. Si registrano anche casi che in Italia non si erano mai verificati prima, come il fenomeno degli hikikomori.  Giovanissimi adolescenti, si chiudono in stanza, rifiutano ogni contatto con il mondo esterno fino a compiere atti estremi come il suicidio e l’omicidio. È arrivato il momento di prevenire, di lavorare sulle emozioni, sull’educazione affettiva come attività preventiva di questa e altre devianze. Ricordiamo sempre – ha concluso Sergio Caruso - che la più grande risorsa non sono i social ma le nostre emozioni”.


di Redazione | 02/05/2021

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