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Rossano (Cosenza) - La gioia di imparare anche in questo tempo?


di LETIZIA GUAGLIARDI - “L’intelligenza può essere guidata solo dal desiderio. Perché ci sia desiderio, occorre che ci siano piacere e gioia. L’intelligenza cresce e porta frutto solo nella gioia. La gioia di imparare è indispensabile agli studi, come la respirazione ai corridori. Dove essa è assente non ci sono studenti, ma povere caricature di apprendisti che al termine del loro apprendistato non avranno neppure un mestiere”. (Simone Weil)

Ci può essere ancora gioia di apprendere in un tempo come questo? E si può avere ancora il desiderio di insegnare la gioia di apprendere? E poiché la parola alunno deriva dal latino alere (nutrire, alimentare), quale “cibo” un insegnante può offrire, in questa assurda emergenza, affinché i suoi bambini/ragazzi continuino a crescere in modo sano e responsabile?

“Estoti parati!”

Estote parati è una locuzione latina che significa: “siate preparati”, “siate pronti”. L’espressione ha origini bibliche, in particolare evangeliche. È presente sia nel Vangelo di Luca (Lc 12,40: Et vos estote parati, quia qua hora non putatis, Filius hominis venit – Siate preparati, perché nell’ora che non supponete, il Figlio dell’uomo viene) che in quello di Matteo (Mt 24,44: Et vos estote parati quia qua nescitis hora, Filius hominis venturus est – Perciò anche voi state pronti, perché nell’ora che non immaginate, il Figlio dell’uomo verrà).

Questo monito, io credo, deve essere presente sempre nella nostra vita, perché dobbiamo tenerci pronti per qualsiasi evenienza. La scuola italiana – fino all’esplodere della pandemia – sonnecchiava beata, e così tanti altri settori fondamentali della nostra società. Era quindi impreparata ad affrontare l’emergenza e i problemi celati “sotto il tappeto” sono fuoriusciti con baldanza, pretendendo di essere risolti al più presto. Uno di questi, a mio parere, è quello di appassionare docenti e studenti a lezioni che, in presenza, a distanza, metà in presenza e metà a distanza, ora tutti di nuovo a distanza, devono entusiasmare e spronare a usare talenti, cuore e cervello.

Ci sono insegnanti appassionati del loro mestiere che si ingegnano a trovare strategie alternative per operare nei contesti che ogni giorno si presentano (sì, perché ogni giorno è diverso dal precedente) e immaginano (e realizzano) soluzioni di grande creatività. Durante la didattica in presenza, per esempio, ci sono tanti bambini iperattivi o con disturbi del comportamento che non riescono a stare seduti per tante ore e sempre con indosso la mascherina e naturalmente non li si punisce per questo. E allora ecco che molti insegnanti, con i loro scolari, escono dalla scuola e si riuniscono in luoghi aperti della città: giardini, parchi, cortili. In questo modo, oltre a rendere belle le lezioni, insegnanti e alunni condividono le difficoltà e cercano insieme le soluzioni. E ora che siamo tornati alla didattica a distanza? Anche in questo caso l’approccio creativo si rivela fra le strategie migliori per aprire cuore e mente degli studenti. In rete, inoltre, ci sono vari siti web che offrono divertenti attività didattiche interattive. Questa che stiamo vivendo è la sfida educativa più difficile di sempre e solo rendendoci conto, tutti, di quanto sia grave e urgente il mostro da sconfiggere, possiamo rispettare le regole stabilite. La prima di queste regole è remare tutti insieme nella stessa direzione, includendo tutti, perché ogni bambino e ogni ragazzo è originale, con i propri talenti e il proprio piccolo mondo che è dentro di sé e nella sua famiglia.

“Se lo Stato fosse un corpo, la scuola sarebbe l’organo emopoietico” (Piero Calamandrei)

Il sistema emopoietico è l’insieme degli organi e dei tessuti in cui avviene la produzione degli elementi corpuscolari del sangue (globuli rossi, globuli bianchi, piastrine): mi sembra molto azzeccata questa analogia con la scuola perché – continua, sempre Calamandrei, nel suo discorso del 1950 – “… la scuola è un organo vitale della democrazia così come noi la concepiamo… e dove si forma la classe dirigente nel senso culturale e tecnico: coloro che sono a capo delle officine e delle aziende, che insegnano, che scrivono, artisti, professionisti, poeti “.

“La scuola dovrebbe essere incubatrice di vocazioni ma per scoprire la propria vocazione si deve avere la libertà di farlo“ 

(Piero Calamandrei)

Questa frase la pronunciò in epoca di dopoguerra, quando la voglia di ricostruire, di riallacciare, di risanare animava e spronava chi era sopravvissuto. Ho scelto anche questa frase perché mi piace molto l’idea della scuola come incubatrice. L’incubatrice si prende cura dei bambini sofferenti e li protegge dall’ambiente circostante finché non crescono e acquistano forza per uscirne ed essere in grado di superare le future difficoltà. Una macchina, insomma, costruita per dare un’opportunità di vita, proprio come la scuola.

Perché la scuola è tutto questo: è accoglienza, è protezione, è sostegno, è opportunità, è condivisione, è amore e anche speranza.

La voglia di insegnare la gioia dell’apprendere si mantiene restando…alunni per tutta la vita!

È possibile, anche oggi, mantenere e potenziare l’importanza della scuola? È difficile, certo, e ce ne rendiamo conto ogni giorno, ma dobbiamo tenere ben presente il valore della conoscenza. Primo Levi è riuscito a sopravvivere all’orrore del campo di concentramento grazie alle parole del “Canto di Ulisse” di Dante:

“Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”

Per lui questa frase ha rappresentato una piccola scialuppa di salvataggio in mezzo a un mare in tempesta. Una frase che per lui ha fatto la differenza.

Può farla anche per noi.


di Letizia Guagliardi | 17/03/2021

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