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Amantea (Cosenza) - La 'moderna' questione morale,


di TERESA SICOLI - Nell’immaginario collettivo tutti si dirigono verso un pensiero comune quasi scontato: la lealtà vive. Nella realtà dei fatti da più di 30 anni oramai ci imbattiamo quotidianamente nell’illegalità a tutti i livelli. L’Italia è stata quasi abituata a un comportamento così diffusamente praticato con favoritismo e clientelismo, tanto che anche le persone con un evidente buon princìpio e una buona moralità fanno difficoltà ad esprimersi con ardore.  Facile è dire: non si fa, non è legale, non è onesto, non è a norma, non ti spetta, non si falsifica, non si deturpa, non si imbroglia, non è moralmente praticabile, non rispetta la legge, non si compra con i soldi, non si fanno favori, non si inventano punteggi e titoli, non è di competenza eccetera e potrei continuare, quindi  è più facile dire di si?! E accettare compromessi, accettare mazzette, superare la norma, falsificare atti e documenti pubblici, affiancarsi al disonesto riconosciuto, dare speranza contro legge, fare gare d’appalto truccate, violare la legge, sperperare i soldi pubblici, arricchirsi di introiti non leciti, favorire i potenti, ricoprire funzioni praticando l’illecito e anche qui potrei continuare perché la letteratura nel merito è infinita. Allora di nuovo mi domando:  se sappiamo da che parte stare e da che parte non stare perché l’uomo si scopre di diffusa illegalità? Nella generalità dell’azione sociale si riscontrano più situazioni e/o fatti, che a seconda della gradualità del rischio e della fattibilità dell’illecito, rendono l’uomo nel suo agire un uomo comune e preda dell’ingordigia del potere e del denaro. Questa azione però nella più ampia praticabilità con più attori sociali coinvolti tende a un certo punto a  interrompersi perché si percepisce che la corruzione in tutti gli ambiti e in tutte le organizzazioni corporative e associative istituzionali e non,  frena e deturpa vergognosamente il  processo onesto di sviluppo della società civile. E quando, poi,  la corruzione è di evidente natura mafiosa e anche di grande connubio con funzionari, dirigenti e cariche istituzionali o politiche, allora sì che diventa il cancro da debellare.

Nello scorso mese di aprile si è svolto a Catanzaro, presso l’Università Magna Grecia, il convegno “Legalità dell’azione amministrativa e contrasto alla corruzione”. Un bell’ incontro e il filo conduttore è stato un’insieme di relazioni, di racconti e di testimonianze a voler cercare di capire e spiegare cosa sono la corruzione  e l’illegalità. Un forte segnale di stop al male e l’invito all’agire coraggioso nel praticare sempre la legalità. Un esempio di dibattito costruttivo e di trasmissione orale e partecipata ai giovani che prendano coscienza sempre più che chi è colluso e chi è disonesto produce un danno umano e sociale alle nostre vite sprecando e rovinando tutte le risorse che l’uomo possiede. Al convegno sono intervenute personalità di grande valore socio-culturale ed umano,  eccone alcune:

  • Piercamillo Davigo  magistrato italiano, Presidente della II Sezione Penale presso la Corte Suprema di Cassazione e membro togato del Consiglio Superiore della Magistratura.
  • Federico Cafiero DeRaho  magistrato italiano,  Procuratore Nazionale Antimafia.
  • Nicola Gratteri  magistrato italiano, Procuratore della Repubblica della DDA (Direzione Distrettuale Antimafia) di Catanzaro.
  • Alfonso Bonafede politico italiano, Ministro della Giustizia nel Governo Conte.

Il Procuratore Davigo nel suo intervento risulta essere chiaro e determinato; per lui la corruzione è un reato a cifra nera elevatissima. Non dimentica un episodio personale di un suo vecchio compagno di scuola che aveva intrapreso la strada dell’illegalità e che ritrovò dopo tempo imputato in un giudizio e  ad alcune sue domande rispose con una affermazione molto dura: “Non ho avuto il coraggio che ci vuole per essere onesto, perché ad alcuni non è nemmeno richiesta l’onestà”. Il procuratore tiene ben in mente quelle parole e sa fare la differenza tra l’essere onesti o disonesti e  continua dicendo che la corruzione e la disonestà sono un fatto sociologico ed anche  un pensiero ricorrente che “se mi vendo per poco la corruzione è meno grave”. Ed è proprio lì l’errore perché la corruzione è molto più grave in virtù del vendersi facilmente ed a poco prezzo.

Il Procuratore De Rhao esordisce dicendo che la corruzione mina la nostra democrazia e che rappresenta un sistema criminale e che è un vero  e proprio sistema. La corruzione è uno strumento per ottenere un risultato violando le regole. L’organizzazione del settore pubblico non è trasparente né vigilata e non ha all’interno gli anticorpi, e anche ottenere un semplice certificato è difficile e se è corrotto perfino il commesso che deve stilarlo vuol dire che tutta la filiera è corrotta. Una forza predominante che incide negativamente sulla nostra economia. La legge è corretta, allora manca il coraggio di fare il proprio dovere qui in Calabria? No, anzi  qui dimorano  i migliori prefetti, magistrati e funzionari il problema è che, a volte, e in misura strutturale risulta l’ incapacità di individuare se il soggetto è da una parte o dall’altra. La parte infedele delle istituzioni consente alla ‘ndrangheta di lavorare e quindi la fedeltà allo Stato, la correttezza, la presenza dello Stato rimangono i  principi da attuare contro il sistema mafia.

Il Procuratore Gratteri dice che la società civile fatica a credere che sia così vicina alle associazioni mafiose  e che essa stessa ne permette la sopravvivenza. Un conto è pensare che ci si fa un favore tra di noi, un conto è, invece, avere favori tra (società civile) e loro. La strategia, la via maestra è la  corruzione per loro, che  permette una vera e propria politica espansionistica. Una strategia pensata, programmata e realizzata; non è improvvisazione! E’ più proficuo barattare e non minacciare, così facendo hanno perseguito l’economia legale. La tattica della violenza non portava a nulla. L’affare tra gentiluomini è più redditizio e quindi devono programmare per entrare nei salotti. Nel rapporto obiettivo=efficienza le conseguenze della pattuizione sono importanti e il soggetto ricattabile è ricercato perché da sicurezza  negli impegni presi e per la parola data; l’uso della violenza o della minaccia si mette in atto  solo in caso di mancata contraddizione. Si agisce senza rischi, i pubblici funzionari infedeli vogliono affermarsi, arricchirsi e vogliono farlo subito con una mancanza di etica evidente. Il potere negoziale  li pone alla pari con la controparte e si delinea una chiara posizione di forza. Il pubblico funzionario è consapevole a sfruttarla e si scoprono tangenti, beni di lusso, bonifici, contratti fittizi, assunzioni di presta nomi e via dicendo. Fare rumore significa rischiare anche di perdere tutto e allora bisogna non essere infedele ai patti. 

Il Ministro della Giustizia Bonafede ha tenuto un intervento su: Nuovi strumenti normativi in materia di contrasto alla corruzione –  Legge n. 3 del 2019. La corruzione merita un’attenzione particolare; la corruzione rappresenta una priorità per questo Governo ed è importante chiarire il nuovo approccio. Le leggi fatte per contrastare la corruzione sono nel decreto legge e  sul tema giustizia la corruzione non colpisce  solo la giustizia stessa, ma settori sociali del nostro paese fondamentali quali la sanità, le infrastrutture, il patrimonio storico e culturale. Non è solo  una questione di nomi, di singole persone perchè la corruzione significa anche combattere per una migliore sanità per esempio e per una migliore economia in senso stretto. Bisogna parlare di giustizia al cittadino solo se egli sa che c’è una giustizia che funziona. La sensibilità del dibattito politico è sempre più alta e il reato di corruzione per noi è punire i corrotti a tutti i livelli e fare in modo che, una volta condannati, non abbiano più niente a che  fare con la pubblica amministrazione a vita. Le sanzioni devono ritornare perpetue come erano un tempo.

Questi in breve gli interventi delle personalità citate e ai quali  si sono aggiunti  gli altri relatori a partire dal Presidente della Commissione Antimafia Nicola Morra, dal giornalista Marco Travaglio, dal professore universitario e membro del CSM Fulvio Gigliotti e tanti altri. Concludo con un pensiero di Tommaso Campanella, (filosofo, teologo, poeta e frate domenicano, nativo di terra calabra, italiano) precursore dei nostri tempi e che nella sua opera “La città del Sole” anticipa quello che ordinatamente una comunità deve osservare e  rispettare per diventare Stato sociale e di diritto.

 


di Teresa Sicoli | 13/05/2019

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