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Rossano (Cosenza) - Cetera sul libro di Carlino: “I 14 borghi della Sila Greca da scoprire e valorizzare”


Una delle ultime pubblicazioni della conSenso pubblishing è stata l’occasione per tornare a riflettere sull’importanza delle “aree interne” e del ruolo fondamentale che rivestono nella pianificazione e sviluppo territoriale. La Sila Greca è uno di questi scrigni al centro degli “itinerari” di Franco Emilio Carlino e di progetti socio-culturali promossi dalla casa editrice rossanese-statunitense. Proponiamo l’interessante nota critica di Pierpaolo Cetera alla presentazione del volume, tenuta lo scorso 14 dicembre.


Vorrei parlare del libro di Franco Emilio Carlino, di quest’ultima sua fatica letteraria, partendo dal titolo – così “concentrato” e così “elastico”, e spiegherò meglio dopo il perché di questi due aggettivi – in cui l’aspetto che balza subito in evidenza è il concetto di “itinerario”: è un invito al viaggio, un percorrere, un passeggiare - seguendo tracce oggettive e dettagliate così bene inserite nel testo - nei luoghi che sono racchiusi in un semicerchio immaginario che ha per raggio la distanza del nuovo tracciato stradario Mare-Sila Longobucco (l’unico costruito dopo circa 100 anni!), con contrade e borghi che hanno alle spalle i millenni della civilizzazione umana. Franco, con la sua dimestichezza nella letteratura scientifica, ci consente di “custodire il capitale storico-culturale ed identitario”, come esplicitamente afferma. C’è spazio per la poesia dei luoghi, per l’iconografia, per la mappatura geografica e la toponomastica (e ciò rende tutto più godevole la lettura).

Chi ama viaggiare, percorrere, soffermarsi per poi ricominciare il viaggio, può nel libro trovare cosa, dove e perché dare uno sguardo: affidarsi, quindi, all’esperienza di un osservatore e di un saggista che ha voluto condividere il suo modo di “leggere” e di osservare la nostra realtà. E lo fa supportato da anni di studi e di passioni storiografiche, di ricerche partendo dalla sua Mandatoriccio e dalla sua Rossano, quasi in affinità con altri studiosi, perché come non essere d’accordo, ad esempio, con quel grande storico delle città, Lewis Mumford, quando sosteneva  che il valore della Storia locale  «… è pensare che le nostre vite, le vite dei nostri antenati, quelle dei nostri vicini e gli eventi che si sono verificati nella località specifica in cui ci siamo stabiliti siano di assoluta importanza… ».

Il bisogno di rompere l’inganno dell’assolutoria e diffusa sentenza che “qui non c’è nulla!” (niente di più falso eppur, ahinoi! così diffusa) può essere un motivo di orgoglioso scatto, di un rovesciare i luoghi comuni facendo vedere i luoghi reali e i monumenti che hanno - nonostante le incurie, le penurie, le catastrofe, l’indifferenza – la loro drammatica o orgogliosa presenza che sfida, appunto, il senso comune. Dico drammatica non per piaggeria ma perché lo stato di rudere di un luogo (come ad esempio per stare dalle mie parti: la Masseria fortificata di Mirto) fa piangere il cuore! Ma bisogna guardare oltre, con una dose di ottimismo: ogni chiesa, ogni palazzo, ogni persona (un sindaco meritevole, un sacerdote o vescovo, uno scrittore, un poeta, un politico lungimirante, uno scienziato, un artista) che ha abitato o vissuto nelle nostre contrade meriterebbe un volume, una ricerca approfondita, per riempire quei granai mai colmi della nostra coscienza culturale…

Il corredo fotografico dovuto a due appassionati (io e Luigi Filizola, che ringrazio e ricordo come un vero appassionato di fotografia) che hanno in un certo senso intrapreso “inconsapevolmente” questo itinerario. La fotografia ci consente di conservare le forme, ci ragguaglia sulle trasformazioni, ci annunzia una doppia verità (com’è e come sarà) in cui il passato gioca un ruolo nascosto, successivamente disvelato, mentre il futuro si riserverà di ricordarci l’istante in cui abbiamo “congelato” un luogo, una visuale, un frammento di realtà. (Nella semiotica – R. Barthes - e nella critica delle arti – S. Sontag – l’immagine fotografica non può essere disgiunta dall’immaginario e dalla sua ricostruzione in “documento”).  Abbiamo considerato il monumento/documento come memento, opera e scena dell’umana fatica.

Il saggio dell’amico Franco ha così il pregio di non solo confutare i dissoi logoi che artificialmente ricoprono con una patina d’ignoranza quel che è sempre (come dicono gli inglesi) un heritage un patrimonio da valorizzare, custodire, diffondere, renderlo permanentemente vivo e visibile, cioè sottratto a quel lato oscuro che fa del calabrese il maggior colpevole della propria indifferenza per le propria cultura e identità. Concentrato dicevamo agli inizi: il saggio si sposa con un tipo di missione che cerca di ravvivare in poco spazio questo patrimonio, dando notizie filologiche, erudite, archeologiche, bibliografiche, storiografiche, antropologiche e etnografiche in quel “lungo periodo” braudeliano in cui la civiltà paesologica abbia seguito un suo sviluppo. Si delinea così un’origine avvolta nei racconti mitici, un acme, una fase declinante e un invito a “conservare” almeno l’anima delle proprie radici, pur non negando un progresso economico-sociale e civile addivenuto. Elastico dicevamo: è possibile leggere il saggio seguendo un proprio interesse precipuo o intersecando i propri ricordi alla visita di uno o più borghi.    

In poche parole è la Sintesi: credo che sia questo il senso che ho colto dalla lettura, un volume attento allo “spirito del tempo”, in una immediata e tangibile fruizione del lavoro di scrittura e un’apertura ad ulteriori sviluppi e interessi per i lettori appassionati ed esi genti.  Pierpaolo Cetera


di Redazione | 24/12/2018

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