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Amantea (Cosenza) - La salute mentale


di TERESA SICOLI -Nei giorni scorsi, in concomitanza con la Settimana della Sociologia e per rimarcare ed evidenziare il ruolo che la disciplina sociologica occupa nella lettura e interpretazione dei fenomeni sociali,  ho partecipato al convegno “Salute mentale: Ricerca e Innovazione nei  territori” che si è svolto all’Università della Calabria. Relatori Massimo Campedelli, Giacomo Panizza, Danilo Ferrara, Maria Rosaria Talarico, Marinella Alesina e altri e ad introdurre i lavori il professore Paolo Jedlowski, sociologo italiano e attualmente professore ordinario di Sociologia all’Università della Calabria. Proprio lui, nell’introduzione cita la parola Innovazione come parola rivoluzionaria e riferita all’innovazione sociale e al nuovo che avanza. Afferma che il nuovo è bello ma non tutto ciò che è nuovo è meglio. Tutto ciò che si può fare è meglio solo se è anche fattibile. Il dibattito si apre con una dovuta riflessione su cosa significa il concetto di salute mentale e quanto sia percepito dalle comunità. Un disagio che infidamente entra nelle case e che spesso e in modo silente divora il quotidiano di una famiglia. Gli operatori quali gli assistenti sociali hanno un compito importante e delicato che li vede spesso in prima linea negli interventi di aiuto psichico di chi vive accanto a persone malate.  Il sociologo Massimo Campedelli studioso di sistemi di welfare e non solo,  parla di dati e di come alcuni numeri dovrebbero farci riflettere e soffermarci al perseguimento di un dialogo sociale per l’umanità. Oggi abbiamo milioni di giovani quindicenni con problemi di ansia grave e altri milioni di persone affette da depressione. Altri numeri  elevati di alcolisti, di persone omicida e un alto vergognoso numero di casi di femminicidio. Una società molto malata nella mente e nella percezione della realtà. Tante persone che vedono come unica via la morte da inferire ad altri e anche a se stessi.  Oramai possiamo affermare che la salute mentale è una solitudine sociale di forte impatto societario e che sfocia spesso in azioni di cruda e ragionata violenza. L’intervento di Don Giacomo Panizza è stato incentrato sulla questione di una tensione sociale che porta con sé bisogno di aiuto e di allontanare la disuguaglianza e parla della salute mentale come una malattia che non vuoi vedere: una segregazione invisibile.  Tutti sanno ma non vogliono intervenire perché si affidano esclusivamente a strumenti, continua e dice: “.. è come parlare tra disuguali e avere i paraocchi”. La dottoressa Talarico responsabile del servizio di psichiatria dell’Asp di Cosenza afferma che non si lavora sul disagio e non si affronta la salute mentale  in forma preventiva. Dunque, la prevenzione primaria non si può garantire perché non contemplata e che sono aumentati i casi di giovani uomini quarantenni e di mezza età che non riescono ad avere un futuro e soffrono di ansia e sono demotivati spesso da difficoltà coniugali. I vari interventi si sono succeduti in un'analisi generale di disagio sociale non adeguatamente trattato. Nella generalità del dibattito ho potuto appurare che la salute mentale è una grande responsabilità societaria e sociale. La moltitudine delle persone viene ingoiata da un vortice. Nel mezzo di questo buco si è generato l’individualismo come una forma di salvezza. Non sono bastati gli interventi normativi applicati; ad oggi risultano oramai obsoleti e scarsi e non basta più la sola figura dello psichiatra. Il cambio culturale ha determinato non solo più un intervento medico ma una nuova necessità  sociale e di riferimento alla persona, alla vita, al diritto, all’uguaglianza, alla famiglia. L’Organizzazione delle Nazioni Unite  ha stilato dei documenti ammodernando dapprima il linguaggio e inserendo la nuova visione socio culturale dell’individuo e della comunità. Bisogna considerare gli effettivi bisogni relazionali di stimolo, di aggregazione sociale, di aiuto e di mutuo aiuto. La salute mentale non è solo una malattia e non è solo a carico del colpito e della sua famiglia, e anche  un qualcosa che colpisce tutti e di cui la società ne ha responsabilità nella sua più intima parte. Osservare e vivere in un mondo che azzeri la diversità, che si impegni al dialogo, che si affidi all’altro inteso come sostegno, che abbia una visione di beneficio, che auspichi alla vita sociale condivisa, che i diritti e i doveri diventino le più alte forme comportamentali degli uomini e delle donne sembra essere l’unica via d’uscita e che si materializzi,  nella  rivoluzione umana di sé e per sé da correlare all’altro, la nascita di un nuovo paradigma sociale mondiale.


di Teresa Sicoli | 20/11/2018

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