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Rossano (Cosenza) - Polpette di melanzane e altri ricordi


di LETIZIA GUAGLIARDI - Ti capita di sentire un profumo, un aroma, anche lieve, appena accennato e… a poco a poco ti appare nella mente una sensazione, un’emozione, un ricordo che risale a tanti anni fa, magari alla tua infanzia?

È quello che succede a me, per esempio, quando sento il profumo delle polpette di melanzane. Il ricordo va subito a mia nonna Ida. Le sue polpette erano fantastiche. Nel corso degli anni ne ho mangiate diverse, anche eccellenti, ma nessuna ha mai neppure eguagliato il profumo e il sapore di quelle di mia nonna.

Ricordo che, da bambina, mi portava al mercato di Via Rivocati a Cosenza e mi divertivo tantissimo a fare la spesa con lei. Tutte quelle bancarelle multicolori, tutte quelle voci che si mescolavano e richiamavano gli acquirenti, i galli e le galline che schiamazzavano, l’odore di fritto dei cuddurieddri… tutto mi sembrava un grande circo. L’unica differenza era che gli artisti-venditori stavano fermi e io e la nonna giravamo in quell’allegra baraonda e li osservavamo. O meglio, io osservavo, la nonna sceglieva con cura quello che aveva stabilito di comprare.

Perchè per scegliere le melenzane che le servivano per fare le polpette, ci metteva un pò. Dovevano essere della misura giusta e del colore ideale, altrimenti passava avanti. Poi, subito a casa a prepararle. A volte l’aiutavo, e poi c’era il piacere dell’attesa, mentre le friggeva. La prima polpetta, dorata e croccante, era per me. Altre volte, dopo il tramonto, le trovavo appena uscite dalla padella. Io, che tornavo stanca e affamata dopo aver giocato con i miei amici nella villa di Corso Umberto, quelle benedette polpette avevano lo stesso effetto della manna per gli Ebrei nel deserto.

Già Marcel Proust, il famoso autore della “Ricerca del tempo perduto”, aveva scoperto questo legame fra olfatto, gusto e ricordi. Così le petites madeleines, i dolcetti a forma di conchiglia, addentati ormai adulto e malato nell'”esilio” del suo appartamento parigino, gli fanno tornare al palato della memoria il ricordo delle domeniche mattina quando era bambino a Combray, e a offrirgliele, accompagnate da una tazza di tè o di tiglio, era zia Léonie.

Ecco perchè la memoria, scatenata da un cibo, da un profumo o da un oggetto, si chiama  Sindrome di Proust ed è stata oggetto di numerosi studi.

Nel suo romanzo Sulla linea… la mia vita dietro le sbarre Francesco, a pag. 168, scrive:

Il gorgoglio della caffettiera mi scuote. L’aroma invade la cella e ho un attacco di nostalgia. Il profumo del caffè era la prima cosa che sentivo quando ero ancora a letto. Era qualcosa che mi piaceva e che mi faceva sentire al sicuro: mamma c’era e fra un pò sarebbe venuta a svegliarmi.

Le polpette di melanzane e nonna Ida per me… il caffè e la mamma per Francesco… il cibo non è solo nutrimento per il nostro corpo. Io ci vedo molto di più: benedizione, per esempio, e poi… condivisione, accoglienza, memoria, emozioni. E consapevolezza, anche.

La consapevolezza che, insieme ad un aroma o sotto un profumo, si cela un gesto d’amore, un momento speciale, il ricordo di un luogo amato o di una persona cara. Soprattutto… l’esperienza che, con un boccone, assaporiamo anche delle suggestive sensazioni.

E tu… qual è la tua petite madeleine?


di Letizia Guagliardi | 01/08/2018

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