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Rossano (Cosenza) - Riesci a vedere il cappottino rosso?


di LETIZIA GUAGLIARDI - Massacro del ghetto di Cracovia, 1939. Tutto è rumore, confusione, urla, pianti, grida strazianti. Tutto è in bianco e nero ma… c’è  una piccola macchia di colore che brilla in mezzo al buio della disperazione, del dolore, del male. È una bambina con un cappottino rosso che attraversa con passo leggero quel quartiere e nessuno si accorge di lei. C’è una folla impazzita che scappa in tutte le direzioni: ebrei terrorizzati che corrono a nascondersi nei posti più strani, persino nelle acque nere di una latrina,  nazisti che li inseguono per deportarli. E poi sirene, colpi di fucile, voci che urlano dai megafoni. Nessuno, dicevo, fa caso a lei, nessuno si ferma a chiederle perché è sola, nessuno la prende per mano e la porta con sè.

Questa è una delle scene più drammatiche del film Schindler’s list. Il rastrellamento del ghetto c’è stato davvero, reso ancora più reale dalla scelta del regista Spielberg di girarla in bianco e nero, ma anche commovente perchè sarà proprio il cappottino rosso a far cambiare atteggiamento al ricco industriale Oskar Schindler che, da quel momento, decide di aprire gli occhi e di salvare il maggior numero possibile di ebrei.

Quando pensiamo alla Shoah siamo abituati a vedere cadaveri ammucchiati, scarpe, vestiti e altri effetti personali accatastati, masse di persone nei campi di concentramento… sempre tutto uniforme, tutto raccolto in modo indiscriminato, corpi messi l’uno sull’altro senza distinzione, senza rispetto.

Il cappottino rosso ci risveglia per dirci che ogni corpo gettato in una fossa comune era, prima, una persona con un nome, un progetto di vita, dei sogni da realizzare.

In un elenco interminabile di nomi – quelli delle  vittime dell’Olocausto – il cappottino rosso sta a indicarci che ogni nome corrispondeva a una persona che aveva una famiglia, un lavoro, delle prospettive.

Tutto interrotto, tutto spezzato, tutto cancellato dalla follia, dalla “banalità del male”, dall’odio e dall’indifferenza.

Il cappottino rosso – in un mondo che continua ad essere in “bianco e nero” perchè aumentano l’antisemitismo, le violenze e compagnia brutta – incoraggia a non dimenticare che ci sono anche l’amore, l’umanità, il bene.

Il cappottino rosso ci ricorda che la storia non è finita, che nel mondo ci sono, ogni giorno, vittime e carnefici, quelli che aiutano e quelli che fuggono, quelli che scelgono di perdersi nella massa e quello che vogliono fare la differenza, piccola o grande.

A noi la scelta quando vediamo un cappottino rosso. Da che parte stiamo?

Dalla parte di chi non se ne accorge o finge di non vederlo? Dalla parte di chi si rallegra quando lo scorge, anche celato in un ammasso informe, e decide di prendersene cura? Dalla parte di chi, pur vedendolo, pensa che non tocchi a lui, che ci sono persone più qualificate, che hanno più tempo, più… ?

Il 27 Gennaio, anche quest’anno, serve a non farci dimenticare gli orrori avvenuti.

Soprattutto, serve ad aprire gli occhi per vedere i tanti cappottini rossi che, con passo leggero, incrociano il nostro cammino. Abbracciamoli e aiutiamoli a farsi largo nel mondo: sono la speranza, la nostra parte buona. Sono l’Amore.


di Letizia Guagliardi | 31/01/2018

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