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Cosenza (Cosenza) - Violenza di genere, in città il flash mob internazionale “One billion raising revolution”


di PAOLA PERRI - "Immaginate un milione di donne che raccontano le proprie storie, ballano, parlano ad alta voce. La giustizia ha inizio quando cominciamo a parlare, a raccontare le nostre storie e a riconoscere la verità nella solidarietà e nella comunità".

Hanno ballato indossando la maglietta nera con tanto di scritta, tra nastri svolazzanti e folla incuriosita di donne e uomini giovani e meno giovani, le donne cosentine  nel pomeriggio di San Valentino sul corso bruzio. Tutte insieme a danzare il NO collettivo e consapevole alla violenza.

E’ stata subito accolta con entusiasmo l’iniziativa dell’Associazione “Mamma che mamme”, del Centro Antiviolenza “Roberta Lanzino” e della Libreria Feltrinelli di aderire all’evento internazionale “One billion rising 2017”, flash mob per dire no alla violenza di genere.

Ideata nel 2012 dalla drammaturga statunitense EveEnsler dei “monologhi della vagina” (recitati martedì davanti alla libreria Feltrinelli di Cosenza) la manifestazione mondiale del movimento V-day quest’anno ha visto nella nostra città l’adesione della Rete Urbana Antiviolenza dei Comuni di Rende, Cosenza e Castrolibero. Come ogni anno in diverse città del mondo donne di tutte le età e di ogni appartenenza sono scese in strada a danzare, con le stesse magliette addosso ma soprattutto con la stessa condivisa consapevolezza,  sulle note di Break the Chain (Spezza le catene).

 

L’evento dalla voce dei presenti al flash mob: privato sociale, organizzatori, scuola, cittadinihanno restituito, ognuno dalla propria prospettiva, un interessante approfondimento rispondendo a delle questioni aperte e condivise da più parti.

 

Cosa significa questo evento per la nostra città:

Elena Hoo, presidente dell’associazione Emily e dell’Auser di Rende (che ha dato da poco vita all’Università popolare della libera età).

“Evento importante come testimone raccolto di città in città, e come protesta-tentativo di sensibilizzazione anche degli uomini, per dire insieme il no alla violenza in qualsiasi senso intesa. Si al dialogo, al rispetto, al di là dei generi, delle differenze e dei modi diversi di intendere la vita”

 

Cecilia Gioia, presidente dell’Associazione “Mamma che Mamme” e vicepresidente dell’Ordine Psicologi Calabria, che ha patrocinato l’iniziativa.

“Era “un sogno sognato” da tanti anni e poi condiviso. I sogni funzionano se vengono condivisi e noi donne abbiamo capacità di generare. Quest’anno altre associazioni hanno accolto la proposta, i tempi erano maturi, abbiamo fatto questo esercizio di solidarietà e di voglia di mescolarci nelle nostre differenze.

Mamma che mamme è da 5 anni sul territorio e offre sostegno alle mamme e alle famiglie.

E ha preparato uno spazio ludico perché all’evento ci fosse l’inclusione di tutti,  anche delle mamme coi bambini”.

 

Massimo Ciglio, preside dell’Istituto Comprensivo Spirito Santo di Cosenza

Istituto importante perché portatore di specificità sociali meritevoli di interventi di cooperazione e prevenzione.

“Quando si vede la gente in piazza a manifestare per i diritti o contro qualcosa è un segno di salute cittadina, di partecipazione ai suoi problemi (rispetto dei generi, violenza, molestie, etc).Questo mi fa amare ancor di più la nostra città, sempre stata capace di forte partecipazione.

Anche se avrei trovato un titolo in italiano perché, penso, abbiamo le nostre parole per dire le cose”.

 

Antonella Veltri, del Centro Antiviolenza “Roberta Lanzino” di Cosenza e consigliera nazionale D.i.Re (“donne in rete contro la violenza”, rete nazionale dei Centri antiviolenza)

“Molto importante la data di oggi, giorno degli innamorati, “commercializzato” da immagini che  richiamano l’amore “sano”.

Spesso invece nelle relazioni amorose si consumano atrocità che noi registriamo nel quotidiano lavoro di ascolto.

E molto importante che oggi a Cosenza si siano ritrovate tante realtà di donne, associate e non associate in un ballo liberatorio che vuole simboleggiare la necessità di spezzare le catene della violenza”.

 

“Importante evento, questo, per aiutare i giovani a comprendere”: ha detto la sua anche una giovane ragazza di 18 anni. “Evento utile per aiutare soprattutto i giovani nella consapevolezza dei disagi che vivono le donne. Importante informare bambini e ragazzi di quello che potrebbe essere il futuro e cosa potrebbe comportare il fenomeno, spesso sconosciuto,  senza  soluzioni ricercate collettivamente”.

 

Una giovane presenza maschile si è soffermata invece sull’importanza dell’evento proprio in questo periodo che ha visto tanto stupore e dibattito nella nostra città intorno ad una pubblicità sessista per le nostre strade e intorno ai linguaggi da usare in campo di comunicazione .

Andando oltre il molto usato (talvolta abusato) concetto di“rete”quanto è importante oggi COOPERARE tra privato sociale, famiglie, istituzioni per una città piccola come la nostra e non solo, in un tempo in cui dalla base arrivano segnali di partecipazione e costruzione di “comunità educanti” ?

ElenaHoo: “nelle realtà più piccole per certi versi è più facile. Il nostro Sud è abituato al clientelismo e all’assistenzialismo, poco incline al rimboccarsi le maniche e a lavorare in modo trasparente e senza secondi fini. Oggi tante realtà che stanno facendo qualcosa di diverso per farsi carico della comunità. Ma sono piccole realtà sociali che devono imparare a mettersi insieme e fare rete, realtà che diciamo soltanto ma che dobbiamo imparare a costruire. E’ importante riscoprirla tutti e fare ognuno un passo più avanti per imparare a stare insieme e fare le battaglie insieme perché è l’unico modo per poterne vincere qualcuna in più.

Emily, associazione in favore delle donne, nome al femminile, è un acronimo che significa che il denaro dato è come il lievito. Chiunque da qualcosa per gli altri cresce facendo diventare la vita più accettabile e vivibile per tutti. Dare fa bene a se stessi, è volersi bene e pensare alla qualità di vita  individuale e collettiva.

Preside Ciglio: “in realtà i cittadini cooperano tra di loro; i livelli più alti di cooperazione si hanno in maniera informale. Ciò accade nelle realtà quotidiane e piccole.

Si tratterebbe di dare valore alla cooperazione già esistente.

Che è una cosa molto lunga che riguarda anche le istituzioni come la scuola o il Comune

Come scuola abbiamo istituito un albo dei volontari della scuola: nonni, docenti in pensione, genitori, cittadini del quartiere tuti invitati a dare una mano disinteressatamente per problemi che vanno dalla piccola manutenzione ad altre necessità. La cooperazione a livello di base c’è. Più difficile organizzarla a livello istituzionale perché è necessario un coordinamento almeno comunale per tante piccole cose. Noi calabresi siamo moto bravi nella partecipazione spontanea,  ma meno in quella organizzata, é  un fatto culturale”.

“Importantissimo mezzo, quello mediatico, di veicolazione di messaggi sociali e importantissima la rete territoriale di relazioni tra gli attori sociali, per cui la nostra città è pronta”, ha tenuto a sottolineare un nostro giovane intervistato

Solidarietà, è stato detto, rete, cooperazione:  quanto ancora la nostra città deve crescere in questo?

Cosa può fare?

Cecilia Gioia: “molto, ma oggi la città ha dato dimostrazione che qualcosa è iniziato.

Conoscersi più profondamente tra associazioni e collaborare diventa un’opportunità. E poi non ci fermiamo qui, da donne capaci di creare e far germogliare.

Ringrazio l’Amministrazione comunale che è stata sensibile a tutto quest”.

 

Antonella Veltri: “ Si deve fare tutto.Noi abbiamo costituito la Rete Urbana antiviolenza ma di fatto non è ancora partita. C’è un tavolo territoriale che deve discutere sugli strumenti che devono essere messi in campo per prevenire il fenomeno.

Quando ci sono in mezzo le istituzioni si rallenta tutto, c’è una burocratizzazione e una modalità di operare che in altre realtà (nella rete nazionale dei centri antiviolenza) non si registra.

A Palermo, ad esempio,  il management della RETE  antiviolenza è assegnato al Centro antiviolenza:

 

Il privato sociale va più veloce e ha una marcia in più…

Si, noi vogliamo che questo sia un modello di azione e gestione anche per Cosenza.

 

Quanta strada ancora da fare contro la violenza perché le percentuali dei fenomeni diventino piccole?

ElenaHoo: “credo che il lavoro più grande lo debbano fare gli uomini.

Manifestazioni come questa servono a sensibilizzare le coscienze ma è un lavoro molto più profondo che ogni uomo deve fare su di sè per capire che ogni essere umano va rispettato e che la donna va rispettata per la sua identità e libertà. Frutto di tante lotte fatte dagli anni ’60, forse questo è stato dato per scontato.

I valori umani, in una società come la nostra andata avanti sotto altri aspetti, sono stati messi all’angolo. Forse occorre fermarsi e riflettere di più su cosa ognuno di noi deve e può fare contro la violenza,perchè è facile dire “sono persone malate, eccezioni” o altri stereotipi.

La violenza è vicino a noi a partire dalla scuola, dagli episodi di bullismo, dal non rispetto nei luoghi di lavoro. Bisogna partire dai piccoli passi per arrivare alle grandi conquiste.

La prevenzione è anche lavoro di cura sul maschile

Prevenzione sin dalla scuola dell’infanzia: questione di cultura , di educazione e di comprensione di cosa sia l’essere umano e di cosa possiamo essere tutti insieme”.

 

Cosa chiedono le donne alle istituzioni

Cecilia Gioia: “servizi e spazi di condivisione, lo vivo da donna da mamma lavoratrice.

L’associazione ha fatto suo il motto “per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio”: ci vuole

anche per crescere una famiglia, per crescere una donna, anche consapevoledelle sue scelte.

Questo villaggio dev’essere la nostra città e deve farsi carico di questo”.

 

Quanto il genere maschile, tu che ti occupi di sostegno, pensi abbia bisogno di questo “villaggio”?

“Tanto, mamma di 2 maschi, esercizio costante e quotidiano è la prevenzione.

Bisogna iniziare aprenderci per mano e capire che non sta bene lavorare solo sul singolo ma bisogna farlo sull’intera comunità .

Hanno bisogno di abbracciarsi sia gli uomini che le donne, di mantenere sì le giuste distanze ma di  creare degli spazi condivisi e nutrienti”.

 

La cura sociale e la comunità educante  aCosenza hanno una speranza di completa realizzazione?

“Assolutamente si! Sono ottimista come mamma oltre che come operatore nel sociale. Il lavoro che facciamo è per i l futuro dei nostri figli che non possiamo immaginare solo rispetto ad altri indicatori di qualità della vita.

Che inizia proprio dalle relazioni. Forse dobbiamo coltivare le reazioni innanzi tutto e poi tutto il resto”.

La salutiamo:  “grazie per quello che fate tutti in questo “ villaggio””.

Quanto è importante il lavoro di cura, di prevenzione remota sul genere maschile?

Antonella Veltri: “l’educazione e il rispetto dei generi è ciò che andiamo ripetendo ormai da 20 anni sul territorio cosentino e calabrese più in generale.Noi sosteniamo le donne che subiscono violenza.

In tutt’Italia ci sono associazioni di uomini che cercano di prevenire il fenomeno. A Cosenza  non ci sono realtà del genere”.

 

Investire: parola usata  due volte dal nostro giovane spettatore intervistato.

“Il genere maschile chiede più rispetto. C’è da lavorare sull’uomo, sul quale bisogna investire” 

“Chi deve più investire;  scuola , istituzioni, privato sociale, famiglie?”, gli chiediamo

“La famiglia è il primo pilastro, ma va supportata”.

 

Alla giovane diciottenne spettatrice chiediamo:

Tra i tuoi coetanei maschi ci sarebbe bisogno di un intervento per sensibilizzare alla cultura di genere, per educarli ai sentimenti?

“Si, molto perchè non sono rare le maturità non cresciute in questa consapevolezza o non educati adeguatamente dalle famiglie al rispetto tra i generi”.

Gli episodi di non rispetto dell’alterità li vedo meno preponderanti tra i miei coetanei”

 

Cosa pensi si potrebbe fare, di cosa c’è bisogno,  cosa chiede la tua generazione?

“Di sicuro attenzione e promozione di queste manifestazioni che aprono il pensiero collettivo ma anche di educazione più attente da parte delle famiglie

Maggior rispetto della mia generazione e politiche per divulgare la formazione alla parità di genere”

 

Il lavoro di cura e prevenzione remota anche al maschile: cosa chiede il genere maschile, cosa si dovrebbe fare?

Preside Ciglio: “leggere di più, fare teatro di più, dipingere di più, valorizzare per tutti i cittadini , maschi o femmine che siano,  attività di passione, di dilettantismo anche fuori dal “professionismo”. Una città in grado di produrre queste cose, più che avere la produzione di eventi,  allora è una città che ha qualche possibilità di “buona vita”, direbbe un filosofo.”

 

In questo tempo detto di “crisi della figura del padre” come i fenomeni legati alla violenza possono essere correlati a questa crisi?

Preside Ciglio: “E’ da qualche decennio che l’autorità è stata messa in crisi. Il dato certo è l’ incapacità di essere genitore e dare dei punti di riferimento forti, quelli di cui i bambini hanno bisogno.

C’è l’incapacità degli adulti di dire no, che genera iperprotezione o bisogno a volte improprio di medicalizzare situazioni di disagio…ma questo è un discorso che porta lontano”

Bullismo,violenza:  nella scuola quanto è presente il fenomeno e cosa chiede la scuola alle istituzioni, al privato sociale e al territorio per affrontare insieme questi fenomeni?

Preside Ciglio: “bullismo credo sia un argomento sopravvalutato dai media per una serie di altre motivazioni, esistono leggi che finanziano presunte azioni contro il bullismo, l’illegalità ecc; ma spesso le azioni son inefficaci e intorno girano interessi veri propri.

Ci sono episodi ma provengono molto dall’esterno, dal bombardamento esterno di messaggi di consumismo, arroganza e sopraffazione come modalità per affermarsi e ai quali sono sottoposti famiglie e bambini.

La famiglia nonè spesso in grado di fare da filtro, la scuola resiste proponendo un sistema di regole, un progetto didattico che chiediamo di condividere.

Slogan della scuola è “in questa scuola non si compete, si collabora”

Però ci sono comunque di casi di sopraffazione: non credo abbia molto senso fare molti discorsi ma lavorare sull’empatia.

Laboratori di espressività corporea in cui il ricco provi a stare nelle vesti del povero, il bianco in quelle del nero, il maschio in quelli della femmina, il bullo in quello del bullizzato, etc. E’ soltanto attraverso il provare e l’esempio dei grandi che si possono contrastare questi fenomeni, altrimenti rimanenti discorsi generici che durano il tempo di una conferenza e che poi non lasciano nulla. Se si fa esperienza, noi siamo per la didattica esperienziale, allora qualcuno lo salviamo”.

A livello europeo e nazionale cominciano ad essere diversi i bandi e le possibilità di finanziamento per iniziative di programmazione contro la violenza di genere:

quale dev’essere il tipo di programmazione/progettazione efficace che non disperda fondi a volte impropriamente ed inefficacemente utilizzati? Da dove bisognerebbe partire?

Antonella Veltri non ha dubbi: “dalla prevenzione , attraverso la formazione di tutti gli attori in campo di sostegno delle donne (aziende sanitarie, forze dell’ordine, magistratura) e attraverso il lavoro nelle scuole. Oltre che naturalmente il sostegno alle donne.

La violenza ha radici nelle disparità storiche e strutturali tra uomini e donne

Dobbiamo andare a lavorare sugli stereotipi che vogliono la donna ancora angelo del focolare e sottomessa: è lì che bisogna  intervenire sin dalla scuola primariae materna e quindi poi sostenere le donne che attraversano percorsi difficilissimi e che speso stentano esse stesse a riconoscere la violenza, tanto è radicata, sfociando a volte negli episodi che la cronaca ci descrive. I dati sono allarmanti”

Quale l’utenza di oggi, rispetto all’inizio dell’attività del Centro Lanzino?

“Trasversale, per provenienza sociale, età e istruzione. La fascia più colpita 40-60 anni”

I Centri, le Fondazioni e le organizzazioni antiviolenza sono una presenza visibile a chi abbia contatto diretto col problema o che ne sia interessato a livello preventivo?

La voce dei giovani intervistati ci dice che dal pubblico più ampio non sono poi così conosciute.

E ritorna ancora la parola INVESTIRE.

“Bisognerebbe investire di più in comunicazione e pubblicità. Serve che arrivino in maniera più incisiva”

Presente a Corso Mazzini anche qualche studiosa dei fenomeni di genere dell’Ateneo cosentino.

Ora è tempo di lavoro silenzioso e quotidiano, tempo di semine e di speranzosi raccolti, di "quando le donne ballano…e il mondo sorride!"

"La mia rivoluzione non ha bisogno di approvazione o permesso
Succede perché deve succedere in ogni quartiere, villaggio, città,
nei raduni delle tribù, tra i compagni di studio, tra le donne al mercato, sull'autobus
Può essere graduale e morbida
Può essere spontanea e rumorosa
Potrebbe essere già in atto." (EveEnsler)


di Redazione | 18/02/2017

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