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Crosia (Cosenza) - L'abisso del proprio talento: il mobbing


di MARIANNA ANDREOLI - Si attendono anni per vedere realizzate le proprie ambizioni. Si studia tanto per acquisire le proprie competenze. Si fa formazione continua per essere al passo coi tempi.  Tanti sono i sacrifici per ottenere una posizione lavorativa. Molti i rospi, a volte, da ingoiare per mantenere quel tanto ambito e sudato posto di lavoro. Molti oggigiorno, forse troppi invece, i casi di mobbing.  Il termine mobbing deriva dall’inglese “to mob” e vuol significare: aggredire, accerchiare, assalire in massa. Fu usato dall'etologo Konrad Lorenz proprio per descrivere il comportamento di alcuni animali che si coalizzano contro un membro del gruppo, lo attaccano, lo isolano, lo escludono dal gruppo. Un fenomeno in continua evoluzione che sta acquisendo i caratteri di una vera e propria malattia sociale e agito all’interno dei contesti lavorativi. Così l’impegno, la responsabilità, la determinazione vengono sostituiti dall’eccesso di potere e di dominio perverso, dalla volontà di apparire a tutti i costi, e non di Essere e tanto meno di essere insieme e lavorare in equipe per il raggiungimento di un soddisfacente fine comune. È la società attuale ad aver costruito questa nuova piaga sociale. Una malattia che indebolisce i sistemi fondamentali di sopravvivenza dell’essere umano. Implicazioni sociali e relazionali gravissime con difficoltà di reinserimento lavorativo, impossibilità a reclutare altri lavori a causa della dequalificazione e diffamazione subite. Relazioni affettive come la famiglia nettamente compromesse poiché vi si riversano tensioni, disturbi e restrizioni economico-sociali. Una progressiva perdita  delle relazioni interpersonali. Viene meno la fiducia in se stessi, minata l’autostima, si dubita delle proprie capacità e/o potenzialità. Non si ascolta più il proprio talento.  Sul tempo libero che dovrebbe essere dedicato alla vita personale o al lavoro in modo creativo, ha il sopravvento la necessità di difendersi da ingiurie,molestie, vessazioni. Chiarimenti verbali o lettere scritte, avvocati, ricorsi … alla ricerca di mali peggiori da evitare. Chi agisce mobbing, viene definito “mobber” e mette in atto  una serie di comportamenti offensivi, aggressivi e oppressivi ripetuti nel tempo e atti a sminuire , appunto, professionalmente  la vittima (collega o dipendente) che si ritrova spesso nell’impossibilità di difendersi. Fine ultimo del mobber è allontanare il soggetto preso di mira dal gruppo lavorativo, dequalificarlo e indurlo all’autolicenziamento. Il mobbing, pertanto, genera depressione, ansia, crisi di panico e nei casi estremi, il suicidio. È necessario, dunque, ricordare che un ambiente di lavoro sano si caratterizza per un giusto sostegno, un giusto calore, il riconoscimento e rispetto dei ruoli ma soprattutto una comunicazione aperta che fornisca  feedback chiari. È l’efficacia comunicativa all’interno di un contesto lavorativo a generare benessere e risultati personali e/o aziendali. Urge ora più che mai investire, dunque, su azioni preventive e non più riparative! Occorre avere la consapevolezza che ognuno di noi è fondamentale per l’Altro da Sé e che la realizzazione personale non esula dal contesto in cui agiamo e dalle relazioni sociali che costruiamo.

 


di Marianna Andreoli | 29/04/2016

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