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Acquappesa (Cosenza) - I social network e l’analfabetismo emotivo


di MARIANNA ANDREOLI - Sul comò della mia camera nella casa natale, proprio ieri, mia mamma ha adagiato con cura una cartolina scritta di mio pugno  in età dell’infanzia ed indirizzata ad una mia amica che viveva a Lucerna in Svizzera. Scrutare quella carta ormai ingiallita e l’inchiostro sbiadito di vecchie lettere ricevute o magari scritte ma mai spedite, mi fa battere ancora forte il cuore.  Rivivo intensamente quegli attimi rubati al tempo per dedicarli a dolci sentimenti.  Dare un tocco di colore ad un foglio bianco magari strappato da un block notes mi faceva sentire un’artista! In base all’umore abbozzavo fiori, cuoricini, disegnavo case o magari  tanti piccoli quadratini, uno sopra l’altro come a voler significare la costruzione della mia identità. Usavo la penna, il foglio, i colori! Dipingevo le mie emotività. Svelavo il mio animo e lo lasciavo ben impresso sulla carta. Scrivevo ogni sera sul mio diario segreto. Ero brava a riconoscere le mie emozioni prima, e i miei sentimenti dopo. Gli attribuivo un nome: felicità, serenità, gioia, amore, rabbia, paura, ansia. Attendevo con fremito le lettere della mia amica del cuore che da Cernusco sul Naviglio in Milano, mi raccontava di Sé e chiedeva di Me.  Ero impaziente all’idea di vedermi recapitare le cartoline spedite dalla Svizzera, da parte delle mie cuginette! Conservo ancora tutto accuratamente. Da quando, sedendomi al banchetto della mia cameretta, parlavo con me stessa, scoprivo  il mio Io e mettevo nero su bianco, sono  passati un po’ di anni.  E quegli attimi rubati al tempo per dedicarli al nostro Sé, non esistono quasi più!  Adesso, in ogni istante della nostra quotidianità, abbiamo a portata di mano, oserei dire a portata di touch, foglio, penna, colori, emoticon. Non serve più fare la fila in posta e comprare i francobolli per imbucare le nostre lettere. Non serve più essere amorevolmente  impazienti  ad attendere notizie dai nostri cari lontani. Non serve più ritagliare attimi della giornata, accendere la lampada sulla scrivania, prendere carta e penna e iniziare a scrivere dopo aver fatto una bella chiacchierata con noi stessi.  Tutto, oggi, apparentemente più semplice! Benvenuta alta tecnologia! Si, benvenuta per alcuni aspetti, meno probabilmente per altri. Le realtà virtuali di blog e social network, che hanno pervaso e direi invaso la nostra società, spesso teatro di identità multiple, rischiano però di creare un paradosso della comunicazione. Ci si può essere in contatto contemporaneamente con tutti e in ogni momento, anche mentre si fa altro, semplicemente sfoggiando il proprio avatar. E quel coinvolgimento cognitivo - emotivo che una relazione fisicamente reale comporta, che fine ha fatto? Sta prendendo piede, specie tra i più giovani, un analfabetismo emotivo che li allontana non solo dagli altri ma soprattutto da se stessi. E quando quella relazione almeno fisica sembra sfiorarci, cerchiamo la distrazione in uno smartphone, custodito gelosamente tra le mani. Si finisce per presentare a noi stessi prima, e agli altri dopo, un’identità incerta e multisfaccettata.  Chi siamo? Non ci si racconta né a se stessi, né agli altri. Non si corre il rischio di farsi coinvolgere emotivamente. Comodo forse! I propri vissuti vengono esibiti e messi in mostra ma raramente fatti oggetto di discussione, confronto, riflessioni. Una società, la nostra, che ha sviluppato oramai un individualismo esasperato e in cui le relazioni interpersonali sono profondamente minate dalla cura del proprio corpo, dalla cura dell´intelligenza,  quanto tempo dedica alla cura dell´anima?  Saper decodificare le proprie ed altrui emozioni riuscendo ad indirizzarle nel migliore dei modi, viverle e farle vivere rappresenta una risorsa fondamentale per darsi degli obiettivi, saper scegliere e risolvere i problemi, ma soprattutto per approcciarsi empaticamente all’Altro da Sé. La comunicazione che blog e social network consentono, accantonando responsabilità e implicazioni che potrebbero risiedere in un “guardarsi negli occhi”, creano identità anonime divenendo strumento per distrarsi da se stessi e da ciò che di sé non si comprende. Quante volte vi sarà capitato che una cena tra amici di vecchia data, magari tra ex compagni di classe, finisca per ridursi  alla condivisione di  una foto su whatsapp, piuttosto che un commento su facebook? L’analfabetismo emotivo si può superare nel momento in cui i nostri impulsi si trasformano in emozioni  percepite, riconosciute e vissute quale forma di comunicazione con l’altro. Per esistere realmente e non solo virtualmente.

 


di Marianna Andreoli | 14/03/2016

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