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Rossano (Cosenza) - Un successo l’iniziativa “L’Italia dei capolavori”, promossa dal Movimento lavoratori dell’Azione cattolica


La rassegna itinerante “L’Italia dei capolavori”, ha fatto tappa in Calabria e ha avuto come sede la Città di Rossano. "L'Italia dei capolavori” è lo slogan dell’iniziativa promossa dal Movimento lavoratori dell’Azione cattolica, a livello nazionale, in occasione della Festa di San Giuseppe 2013 (l’iniziativa si è svolta domenica 17 marzo). Radicare le Feste di San Giuseppe nei territori, consente al Movimento Lavoratori ed all’Azione Cattolica tutta di aprire i luoghi di lavoro alla festività e di abitarli dal loro interno, rinsaldando i legami profondi che legano tra loro i lavoratori, al di là dei rispettivi ruoli, e rivitalizzando il significato della loro appartenenza alle proprie realtà. Otto erano gli appuntamenti programmati in tutta Italia. Uno di questi lo si è progettato in Calabria e proprio nella nostra diocesi. L’evento si è svolto Rossano nel Palazzo San Bernardino. Questo il programma snodatosi : Palazzo “San Bernardino” Rossano centro - Ore 9.30 Arrivi e accoglienza - 0re 10.00 Convegno nella Sala Rossa - Moderatore: Antonio Romano (Presidente ACI Diocesi Rossano – Cariati) - Saluti: Mons. De Simone Antonio (Vicario Generale Diocesi Rossano – Cariati), Pasquale Andidero (Incaricato Regionale MLAC), Elisa Vittoria Laganà (Segretaria Regionale Policoro), Fortunato Amarelli (Imprenditore). Relazioni: Flora Urso (Segretaria Nazionale Progetto Policoro) “Il Progetto Policoro e il Modello della cooperativa. Come il modello scelto può incidere sullo sviluppo locale. Come si può mutuare”. Ranieri Filippelli (Presidente Coldiretti Rossano): “La cooperazione in Calabria. Prospettive e sviluppi possibili”. Testimonianza cooperativa “Neilos”: “Come è nata la cooperativa, come vive”. Interventi– Discussione. Contemporaneamente: Ore 10.00 Esposizione Stand (Gesti concreti Progetto Policoro) presso il chiostro del Palazzo “San Bernardino” - Ore 10.30 Gioco per Ragazzi, sempre  all’interno del Palazzo. –  Ore 12.30 Celebrazione Eucaristica in Cattedrale presieduta dall’Arcivescovo Marcianò - Ore 14.00 Pranzo (al sacco) - Ore 15.00 Visita Stand “Gesti concreti P. P.”, Museo e Cattedrale SS. Achiropita. - Ore 17.00 Conclusione Di seguito l’omelia dell’Arcivescovo, monsignor Santo Marcianò: «Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?» Sono le parole che il profeta Isaia, nella prima Lettura di questa V domenica di Quaresima, vuol farci ascoltare da parte di Dio. Ed è con queste parole che desidero salutarvi e dare a voi il benvenuto in questa diocesi e in questa Cattedrale.   «Una cosa nuova»! Queste parole riportano dinanzi al nostro cuore una delle caratteristiche più delicate dell’iniziativa di Dio. Sì. Il nostro è un Dio che ama sorprenderci, che manda la Sua novità e le Sue novità forse quando meno ce lo aspetteremmo… Come non leggere con cuore grato questo stile di Dio mentre, ancora stupiti, Lo ringraziamo – e vogliamo farlo in modo speciale con questa Celebrazione Eucaristica – per il grande dono di Papa Francesco? Questo Pontificato inaugura un tempo nuovo nella Chiesa; un tempo iniziato – come ho scritto nella riflessione dopo la sua elezione – con un silenzio nel quale egli ci ha invitati tutti a pregare, a rivolgere lo sguardo a Dio; a ricordare che è da Lui che, appunto, nasce quella «cosa nuova» che è il germoglio della salvezza del popolo e di ogni singola persona umana.   Anche questa vostra iniziativa andrebbe contemplata come una «cosa nuova» nata dal Cuore di Dio. Si tratta, certamente, di un’iniziativa concreta, attraverso la quale il Movimento Lavoratori di Azione Cattolica, rispettando le proprie finalità nonché le attuali direzioni e intuizioni della Chiesa italiana, vuole coniugare insieme il mondo del lavoro, della festa e della famiglia e lo fa valorizzando in modo originale la realtà dell’«impresa», comunità di persone che lavorano da protagonisti e con l’obiettivo di creare lavoro. Ma a che cosa porta questa «cosa nuova»? Ritorniamo alla Parola che abbiamo ascoltato. «Aprirò anche nel deserto una strada», dice il Signore, «fornirò acqua al deserto». È l’immagine del deserto quella che il profeta ci richiama ed è lì che, paradossalmente, la novità di Dio si introduce: nel deserto! Il deserto è metafora di un luogo senza prospettive, senza aiuti, nel quale è difficile camminare e resistere. È metafora di paura, di perdita di speranza, di assoluta sterilità. Non c’è futuro, nel deserto; e la tentazione sarebbe quella di mormorare, come fecero gli Ebrei guidati da Mosè, per rimpiangere quel passato che, in realtà, era schiavitù. Ma il Signore ci invita a non rivolgere lo sguardo indietro, così come farà Paolo nella seconda Lettura. Chi mormora, cari amici, non si «accorge» della novità che Dio sta per creare. Chi mormora è concentrato su se stesso, sui propri bisogni, sulle proprie nostalgie, sulle proprie comodità… chi mormora non si accorge delle necessità abissali del fratello che gli vive e forse gli muore accanto! Dio, invece, non dimentica i poveri: anche il nostro Papa Francesco ce lo sta ricordando continuamente in queste prime battute del suo ministero, attraverso i suoi gesti e le parole, la sua storia e il nome da lui scelto. Sì. Il Signore si accorge sempre del povero, di colui che ha fame e sete, di colui che è smarrito nel deserto della solitudine e della sofferenza, del non senso e del peccato… È Lui stesso a dirlo: Io apro questa strada «per dissetare il mio popolo». Se smettiamo di mormorare, possiamo anche noi accorgerci di una strada nel deserto, che si spalanca su un orizzonte di carità e di misericordia, verso il quale incamminarsi e trascinare coloro che si sono perduti; un orizzonte nel quale rifulge la luce della fedeltà di Dio che diventa, anche in noi, apertura alla comunità, al bene comune, al popolo. Non semplicemente un «popolo» ma il «mio popolo», dice il Signore. È così anche per noi! Bisogna veramente sentire questo senso di appartenenza al popolo e, nello stesso tempo, essere consapevoli che, all’interno del popolo, l’altro, il fratello ci è affidato. Bisogna che abbiamo dinanzi agli occhi e al cuore la fame e la sete di interi popoli, del nostro stesso popolo italiano, degli stranieri che qui vivono, delle famiglie rimaste senza lavoro; è necessario tutto questo se vogliamo industriarci a trovare strade che possano dissetare il deserto, a promuovere iniziative che, come questa vostra iniziativa, siano inserite nell’orizzonte della carità, siano specchio e strumento dell’iniziativa e della novità stessa di Dio.   È questo il cammino da seguire, la strada in cui camminare nel deserto. L’immagine del cammino ritorna prepotentemente in questi giorni, risuonando non solo dalla sapiente Liturgia del tempo quaresimale ma anche, e in modo speciale, dalle prime parole del nostro Papa. È un cammino di Chiesa, di popolo quello che egli ha additato nel momento della sua elezione; è un continuo cammino di fede e di conversione quello in cui ha riassunto il senso della vita cristiana nella sua prima Omelia ai Cardinali nella Cappella Sistina: «La nostra vita è un cammino e quando ci fermiamo, la cosa non va. Camminare sempre, in presenza del Signore, alla luce del Signore, cercando di vivere con quella irreprensibilità che Dio chiedeva ad Abramo nella sua promessa». L’immagine del cammino di fede viene ripresa dalla seconda Lettura, dove Paolo parla addirittura di una «corsa» verso una «meta» che è Cristo; meta da «conquistare» perché, come egli stesso ammette, ne sei stato conquistato. Cari amici, se Cristo ti conquista, se Cristo ti conquista il cuore, allora è davvero possibile non solo camminare ma correre, con Lui e verso di Lui. Se Cristo ti conquista il cuore, allora è possibile capire che questa corsa ci richiede di lasciare le cose, prima di tutto le cose materiali, il superfluo, la «spazzatura», gli orpelli, per riscoprire il senso profondo di quella povertà che ci consente di arrivare più liberi e veloci a Lui e che, in definitiva, ci rende veramente simili a Lui. Se Cristo ti conquista il cuore, allora comprendi che questa povertà non è poesia ma, come aggiunge ancora Paolo, è «giustizia»: una giustizia che non viene dalla legge ma supera la legge perché sgorga dal Cuore di Dio. «La giustizia – ricorda Benedetto XVI citando anche Paolo VI – è “inseparabile dalla carità”, intrinseca ad essa. La giustizia è la prima via della carità», la «“misura minima” di essa»; allo stesso tempo, però, «la carità supera la giustizia e la completa nella logica del dono e del perdono. La “città dell’uomo” non è promossa solo da rapporti di diritti e di doveri, ma ancor più e ancor prima da relazioni di gratuità, di misericordia e di comunione. La carità manifesta sempre anche nelle relazioni umane l’amore di Dio, essa dà valore teologale e salvifico a ogni impegno di giustizia nel mondo»[1].   È nel «valore teologale» di questo cammino di giustizia e di amore, di questo cammino nel deserto, che va inquadrato anche il vostro sforzo di cristiani a servizio della promozione del mondo dell’«impresa». Nella festa di oggi, celebrata – occorre ricordarlo – alla vigilia della Solennità di San Giuseppe, siamo chiamati a ricordare che l’impresa ha senso nella misura in cui aiuta a salvaguardare e promuovere alcuni valori fondamentali che si rivelano cruciali per riscoprire il senso e la dignità del lavoro umano. -         Il valore della libertà che, rispettando i doni e carismi dei singoli, apre spazi di possibile fecondità anche nel contesto socio-economico. «Ciascuno ha il diritto di iniziativa economica – leggiamo nel Catechismo della Chiesa Cattolica -; ciascuno userà legittimamente i propri talenti per concorrere a un’abbondanza di cui tutti possano godere, e per raccogliere dai propri sforzi i giusti frutti»[2]. -         Il valore della creatività, che aiuta la crescita personale e, dunque, lo stesso sviluppo sociale. «La dimensione creativa – ricorda il Compendio di Dottrina Sociale della Chiesa – è un elemento essenziale dell’agire umano, anche in campo imprenditoriale e si manifesta specialmente nell’attitudine progettuale e innovativa»[3]. -         Il valore del bene comune, al cui servizio l’impresa si colloca «mediante la produzione di beni e servizi utili» ma anche «creando opportunità d’incontro, di collaborazione, di valorizzazione delle capacità delle persone coinvolte»[4], nella consapevolezza che essa «rappresenta un bene per tutti e non una struttura che permette di soddisfare esclusivamente gli interessi di qualcuno»[5]. -         Il valore della competenza e di quell’«autentica concezione di competizione imprenditoriale» che - lo sottolinea ancora il Compendio – è «un cum-petere, ossia un cercare insieme le soluzioni più adeguate, per rispondere ai bisogni che man mano emergono»[6]. -         Infine, il valore della tutela della «famiglia», specialmente delle «madri di famiglia nello svolgimento dei loro compiti»[7], e dell’«irrinunciabile tutela della dignità delle persone che, a vario titolo, operano nella stessa impresa»[8].   Ed è proprio in questo ultimo punto che va ricercato il cuore della vostra iniziativa e il cuore di tutto il vostro operato, che è poi, provvidenzialmente, anche il cuore del messaggio del Vangelo di oggi. Il cuore è la persona umana da proteggere, da riscattare, da rispettare, da salvare! È questo ciò che Cristo fa con l’ adultera. Egli ha dinanzi ai suoi occhi la donna; gli scribi e i farisei, al contrario, non sono affatto preoccupati di lei. Quanto essi dicono riguardo la legge, infatti - il testo biblico lo specifica -, serve a «mettere alla prova» Gesù e «avere motivo di accusarlo». Essi perseguono obiettivi di condanna e non di salvezza, di esclusione e non di recupero. Così, proprio la legge finisce per condannare non solo le persone, come nel caso dell’adultera, ma la stessa verità, che Cristo porta e che Cristo è; quella verità alla cui promozione e difesa ogni legge, se ci pensiamo bene, dovrebbe essere finalizzata. In definitiva, la legge stessa diventa uno strumento di morte! Quando le leggi, civili o religiose che siano, perdono di vista il bene integrale della persona umana, di ogni persona umana, a partire dal bene della sua vita, diventano contrarie allo sviluppo sociale, economico, e si rivelano come leggi inique. Gesù richiama il senso del Vangelo che è poi anche il senso della Dottrina Sociale della Chiesa e dovrebbe essere il senso di ogni umana convivenza: la persona umana. È quanto anche voi siete chiamati a ricordare e testimoniare. Attraverso iniziative sociali come quella che voi oggi proponete, non si intende soppiantare il ruolo della società ma offrire modelli di impresa che si sforzino di dimostrare con i fatti che è possibile armonizzare con equilibrio e correttezza il lavoro, la festa, la famiglia… nella misura in cui il criterio che illumina tutto è il valore ultimo e non negoziabile della dignità e della vita umana. Sì. In un tempo in cui lo scoraggiamento per il deserto della crisi economica e morale che sta affliggendo il mondo rischia di paralizzare l’uomo e spesso diventa causa di depressione, di disperazione, addirittura di morte, questa testimonianza risulta ancora più profetica e urgente e ci consente di intravedere prospettive concrete di rinascita per ogni persona; è a questo che è finalizzato il servizio, l’associazionismo, l’iniziativa, la stessa impresa. Ma questo è possibile se tutti percorriamo sentieri di giustizia, di solidarietà, di chiara rinuncia al male e al peccato, anche a quegli innumerevoli peccati sociali contro i quali non dobbiamo smettere di levare, a nome della Chiesa e di tutte le persone oneste di questa splendida terra di Calabria e di Italia, chiare grida di denuncia e fattive prese di distanza: penso alla frode fiscale, allo sfruttamento dei lavoratori, al lavoro in nero, ad ogni sorta di discriminazione e distruzione dei diritti dei lavoratori… L’adultera, donna che sta per morire lapidata, si sente improvvisamente restituire la vita dal Cristo il quale, tuttavia, le chiede di non peccare più: ella comprende che proprio nel rinunciare all’ingiustizia sta la pienezza della vita, sta la sua salvezza. Anche gli scribi e i farisei avrebbero questa possibilità, se ascoltassero le parole di Gesù che li esorta a vedere il proprio peccato; essi, però, pur non gettando la pietra, vanno via e voltano le spalle alla verità. E noi?   Cari fratelli e sorelle, Cristo ha a cuore ogni persona: colei che pecca per adulterio, coloro che peccano di presunzione e di cattiveria; a tutti il peccato viene perdonato ma a tutti viene chiesto di non peccare più. E ha a cuore chi non sa riconoscere il peccato dal quale liberarsi perché non si lascia «mettere al centro» del Cuore e della preoccupazione di Dio. All’inizio di questa meditazione ho voluto ricordare, in un tempo che la Chiesa consacra alla gratitudine per l’elezione del nuovo vescovo di Roma, quel silenzio con cui Papa Francesco ha iniziato il suo ministero e dal quale, in un certo senso, è rinata la Chiesa. Nel silenzio di questa Eucaristia, lasciamo, come fa l’adultera nella scena evangelica, che Dio ci metta al centro del Suo Cuore: è questo il solo luogo dal quale può nascere ogni iniziativa che, realmente, rispecchia la Sua volontà e novità. È questo solo il luogo dal quale può nascere una nuova speranza in un tempo di deserto. È questo il solo luogo dal quale noi stessi possiamo rinascere, per andare e non peccare più; per dire ad ogni creatura umana, con le parole e con i fatti, che essa è il centro dell’amore misericordioso di Dio e della Sua tenera a infinita Provvidenza. E così sia!>> [1] Cr. Benedetto XVI, Lettera Enciclica Caritas in Veritate, n. 6 [2] Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2429 [3] Compendio di Dottrina Sociale della Chiesa, n. 337 [4] Ibidem, n. 338 [5] Ibidem, n. 339 [6] Ibidem, n. 343 [7] Ibidem, n. 345 [8] Ibidem, n. 340

di Redazione | 19/03/2013

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